Home»Geopolitica»IL MEDIO ORIENTE E IL MODELLO DELL’UE COME SOLUZIONE

Johan Galtung

Johan Galtung

L’indicibile tragedia che si sta svolgendo in questa sesta guerra tra Israele e il mondo arabo dovrebbe obbligarci a focalizzare la nostra attenzione su come potrebbe essere realizzata la pace in quest’area. I punti principali sono chiari, ma sono minacciati in particolare da coloro che smettono di pensare proprio quando ve ne sarebbe più bisogno. Questi punti sono:

1. Le risoluzioni 194 e 242 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che chiedono il ritorno dei palestinesi e il ritiro di Israele ai confini del 1967 (prima della guerra del giugno di quell’anno).

2. La risoluzione del Consiglio Nazionale della Palestina del 15 novembre 1988, che accetta la soluzione dei due stati.

3- La proposta avanzata dall’Arabia Saudita nel 2002 che Israele si ritiri entro i confini del 1967 in cambio del riconoscimento di tutti gli stati arabi.

Applicando questi punti si otterrebbero due stati tra loro confinanti, con Gerusalemme Est e la Cisgiordania (West Bank) che ritornano alla Palestina (Israele si è già ritirata da Gaza), le alture del Golan restituite alla Siria, e qualche problema minore di confine da risolvere, talvolta attraverso aggiustamenti creativi. Nessuna grande rivoluzione, solo buon senso.

Ma ci sono anche richieste minime e massime da entrambe le parti.

La Palestina ha tre richieste minime, non negoziabili:

– uno stato palestinese secondo i punti 1 e 2 precedenti, con Gerusalemme Est capitale.

– il diritto al ritorno, inteso come diritto ma negoziabile nella quantità.

Israele ha due richieste minime, non negoziabili:

– riconoscimento dello stato ebraico di Israele

– entro confini sicuri.

Tutti i cinque punti sono legittimi, e compatibili. La legittimità palestinese si basa sulla continua permanenza, e quella ebrea sull’attaccamento al territorio nellasua narrazione culturale e sulla residenza nel passato. Essa non si basa sulla loro sofferenza causata per mano della Germania e dell’Europa. Ogni richiesta territoriale su questa base dovrebbe essere risolta a scapito della Germania.

Le richieste sono compatibili perché possono essere soddisfatte dalla soluzione dei due stati entro i confini del 1967, come precisato più avanti.

Ma ci sono anche degli obiettivi massimi: una Grande Israele (Eretz Israel) definita dalla Genesi, tra i due fiumi Nilo ed Eufrate (o qualcosa del genere), e da parte palestinese/musulmana/araba nessuna Israele del tutto, cancellata dalla mappa. La loro incompatibilità è ovvia. Ma sono anche illegittime. C’è più che una base di fatto per l’esistenza di uno stato ebraico, anche non con tale estensione.

Quanto sono forti le richieste massime? Una delle principali conseguenze tragiche di questa guerra è che essa rafforza i massimalisti, non solo l’”odio”. Da parte israeliana alcuni considereranno i confini sicuri solo se saranno sufficientemente lontani, almeno per quanto riguarda il disarmo di chiunque sia ostile a Israele. E il loro numero cresce per ogni giorno, settimana, mese (?) di guerra. Da parte araba/musulmana alcuni penseranno che la soluzione con Israele è nessuna Israele del tutto; non c’è dubbio che anche il loro numero sta crescendo.

Le due posizioni massimaliste sono emotivamente e intellettualmente soddisfacenti, essendo semplici, facili da comprendere. E non significano altro che una guerra senza fine. Gli Arabi debbono accettare in QUALCHE modo lo stato di Israele, ma non il sovraesteso, belligerante mostro di oggi. E gli Ebrei debbono capire che il colonialismo degli insediamenti E l’occupazione E la continua espansione non porteranno mai a confini sicuri.

La strada per la sicurezza passa attraverso la pace. Non c’è una strada per la pace che passa attraverso la sicurezza nel senso di eliminare il sostegno popolare degli Hezbollah e Hamas, eletto democraticamente. Quello che forse potrebbe funzionare contro dei piccoli gruppi meno profondamente radicati non funzionerà mai oggi.

Ci saranno nuovi gruppi emergenti ogni volta. I governi possono essere comprati o minacciati sino a renderli consenzienti, ma le popolazioni no. Dietro Israele vi sono dei governi sempre più indisponibili, anche dietro il colonialismo degli insediamenti: USA, GB, Australia. Dietro la Palestina c’è il mondo Arabo e Musulmano, considerevolmente più ampio: circa 1,3 miliardi, in crescita, contro 0,3 miliardi, in diminuzione.

La posizione di pace intermedia tra le due parti dev’essere resa altrettanto affascinante. C’è il possibile punto di incontro del 1967 con piccole revisioni secondarie e l’idea di due stati con capitali in Gerusalemme, che quindi diventerebbe una confederazione di due città, Est e Ovest.

Ma ci sono ancora due richieste a cui rispondere: il bisogno di sicurezza di Israele e il diritto dei palestinesi per una qualche forma di ritorno, limitato.

Il riconoscimento dell’Arabia Saudita è una condizione necessaria ma non sufficiente per una pace positiva. Gli stati sovrani possono riconoscersi tra loro e ciononostante entrare ancora in guerra. Devono essere interconnessi tra loro in una rete di interdipendenza positiva che renda la pace sostenibile desiderabile a entrambi. Poiché Israele vuole dei confini sicuri, perché non focalizzarsi sui paesi confinanti: Libano, Siria, la Palestina riconosciuta, Giordania ed Egitto? Immaginiamo che i cinque paesi confinanti aggiungano al riconoscimento la disponibilità a prendere in considerazione l’idea di una Comunità del Medio Oriente, sulle linee della Comunità Europea, come strumento principale per una pace sostenibile nella regione. La formula che ha funzionato per la Germania può funzionare anche per Israele.

Ci sarebbe ancora il problema del ritorno dei palestinesi, mezzo milione soltanto in Libano. E c’è il problema di alcuni settori della Cisgiordania che fanno parte della narrazione del passato di Israele. Allora, perché non scambiare gli uni con gli altri? Alcuni cantoni ebrei nella Cisgiordania sotto la sovranità palestinese in cambio di alcuni cantoni arabi sotto la sovranità israeliana? Entrambi gli stati potrebbero diventare delle federazioni invece che stati unitari che comunque sono relitti del passato.

Gli accordi non governativi di Ginevra non sono un punto di partenza perché inadeguati sui tre punti principali:

– Gerusalemme Est come capitale e il diritto al ritorno non sono negoziabili;

– I confini possono diventare ragionevolmente sicuri solo in una comunità di pace, come l’Unione dei Paesi Nordici, l’Unione Europea, l’ASEAN.

La soluzione di pace è affascinante per essere così ovvia.

Ma non è così ovvia per i leader occidentali e di Israele che si stanno incamminando lungo la strada del Vietnam, con Israele : Libano = USA : Vietnam. Gli USA non vinsero e si ritirarono. Lo stesso succederà a Israele. Ancora più giù, lungo la stessa strada di folle stupidità, dove ci attendono l’11 settembre e l’Iraq.

C’è l’idea di un Libano diviso in due parti, con forze internazionali che pacifichino un sud isolato da due mali esterni, Siria e Iran. Destinata a fallire come in Vietnam. Hezbollah è parte del Libano come i “vietcong” in Vietnam. E le armi sono facilmente disponibili.

C’è l’uccisione indiscriminata dei civili, in linea con i due punti dichiarati dal capo dell’esercito israeliano, generale Dan Halutz: strong>bombardare dieci palazzi nel quartiere sciita di Beirut per ogni missile katyusha lanciato contro Israele, e “bombardare il Libano per riportarlo vent’anni indietro” (El Pais 28/7, Haaretz e Jerusalem Post; gli USA hanno detto: indietro all’età della pietra).

Anche Hezbollah uccide civili, ma il rapporto è di almeno 10:1. Il rapporto finale può essere vicino al famoso ordine di Hitler del 1941 di uccidere 50 civili per ogni soldato tedesco ucciso dai “terroristi” (usavano questo termine). Oggi gran parte del Libano è usato per una punizione collettiva. E per Israele le vite degli ebrei valgono molto di più di quelle arabe.

C’è l’idea ingenua che la violenza scomparirà se Hezbollah verrà disarmato, secondo le indicazioni della risoluzione 1559 dell’UNSC. Ma questa risoluzione non ha alcun senso senza la 194 e la 242. Israele non può scegliere la risoluzione che vuole, affidandosi agli USA per controllare per sempre l’ONU. E gli Hezbollah rinasceranno.

C’E’ UN CONFLITTO, IL CONFLITTO URLA PER UNA SOLUZIONE, LA SOLUZIONE E’ A PORTATA DI MANO E UN GIORNO SARA’ COSI’ OVVIA COME LA CE/UE.

Ognuno deve lavorare per una pace reale come complemento politico di un immediato cessate il fuoco umanitario. Aiutare Israele a impantanarsi nella strada del Vietnam è cieca solidarietà, non un atto di amicizia. Gli europei debbono mettere a disposizione il talento e l’esperienza della Comunità/Unione Europea per una pace sostenibile, non per una guerra infinita e crescente. Questo è un atto di dovuta amicizia. E Israele stessa? La prossima generazione dovrà pur mettere in discussione la saggezza del maggiore ideologo sionista, Vladimir Yabotinsky, ispiratore di Begin, Netanyahu, Sharon e ora Olmert. Per Yabotinsky c’erano solo due opzioni, in alternativa “auto-sacrificio impotente, umiliante oppure un furore militante invincibile” (Jacqueline Rose, “The Zionist imagination”, in The Nation, 26 giugno 2006, p.34). Per Yabotinsky, gli ebrei sono stati umiliati, disonorati con la violenza, e la risposta è la militanza, la violenza. Questa visione, oltre a fare della violenza la pietra angolare dell’esistenza umana, non tiene conto della terza possibilità: negoziato, accordo, pace.

E gli Arabi, i Musulmani? Qualcosa di analogo. Ma l’Islam comprende una terza possibilità: non solo dar-al-Islam, ma anche dar-al-Harb, la Casa della Pace, la Casa della guerra, ma c’è anche dar-al-Ahd, la coesistenza con gli infedeli, possibilmente in una comunità, non troppo vicina, non troppo distante. Forse anche una Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Medio Oriente. L’attuale generazione dovrà anche elaborare quest’idea più in dettaglio, oggi. Quando verranno queste generazioni, dove ci troveremo? Difficile dirlo. I tre punti principali per la pace sono presenti da qualche tempo, ma nulla sembra accettabile per Israele. Non sono mai stati presenti nella mente collettiva, nello spazio pubblico. La pressione esterna non fa che confermare la rigida dicotomia di Yabotinsky. Se Israele vuole la sicurezza, la maggior parte di Israele deve volere la pace.

Questo ci lascia con i massimalisti. Il loro argomento più forte contro i moderati è “la vostra proposta non funziona”. E il contro-argomento più forte, come per l’ETA e per l’IRA, è di dimostrare che sbagliano.

Johan Galtung

(Traduzione del Centro Sereno Regis).

Johan Galtung, è al mondo il più noto professore di studi sulla pace. Nel 1959 ha fondato ad Oslo l’International Peace Research Institute. E’ stato professore di ricerca sulla pace e i conflitti all’Università di Oslo. Ha ricoperto anche l’incarico di professore onorario nelle università di Berlino, Alicante e Princeton. Attualmente è docente di Studi sulla Pace all’Università delle Hawaii. Consulente dell’ONU nell’ambito del programma Transcend. Nel 1987 gli è stato conferito il “Right Livelihood Award”, il “Premio Nobel per la Pace Alternativo”. E’ Direttore di Transcend, rete di ricerca e azione per la pace.

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