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Cavie militari

Antonio Marafioti

Un rapporto segreto, datato 1998 e entrato in possesso del quotidiano francese Le Parisien, ha svelato i dettagli di un’operazione nucleare che la Francia condusse tra il 1960 e il 1966 nel deserto del Sahara e che procurò danni fisici irreparabili a circa 300 soldati dell’esercito d’oltralpe.

“La genesi dell’organizzazione e le sperimentazioni nel Sahara”. È questo il titolo del dossier di 260 pagine redatto da un militare anonimo che partecipò alle operazioni miliari che ebbero come scopo ultimo quello di – si legge nel documento – “studiare gli effetti fisiologici e psicologici prodotti sull’uomo dalle armi atomiche“. I generali dell’esercito trovarono comodo, per effettuare al meglio le sperimentazioni, usare i propri soldati, circa 300, come vere e proprie cavie umane. La missione denominata “Gerboise verte” fu condotta il 25 aprile 1961 e s’inserì in un progamma di implementazione della bomba atomica. La vicenda rimase coperta dal segreto di Stato fino al 1998 quando le Nouvel Observateur pubblicò le prime fughe di notizie. Allora il settimanale parlò di 195 soldati scelti usati come “porcellini d’India” che dovevano essere mantenuti nell’ “ignoranza più completa” rispetto al loro impiego.

I dettagli della sperimentazione. Vengono svelati integralmente dal rapporto anonimo che riporta il timbro “Riservato Difesa”. La procedura delle manovre era semplice. Il 25 aprile si sarebbe lanciato in un “punto zero” l’ordigno nucleare e poi sarebbero state mandate sul luogo le truppe Gariglian (nome in codice della fanteria) e Bir Hakeim (nome in codice dei carristi) per simulare un attacco armato. Dalle ultime rivelazioni, i militari non sarebbero appartenuti a forze speciali ma sarebbero stati semplici soldati di leva. Sugli esiti della della loro esercitazione si sarebbe analizzato come “ottenere gli elementi necessari per la preparazione fisica e l’allenamento morale del combattente moderno” . L’esperimento fu condotto con vero e proprio metodo empirico: il deserto costituì l’ambiente contaminato e i soldati rappresentarono le cavie da esaminare a intervalli di tempo. “Una pattuglia di veicoli fuoristrada – riporta il documento – ha ricevuto l’ordine di dirigersi nel “punto zero” per studiare la possibilità di un attacco nella zona contaminata”. Dopo l’esplosione dell’ordigno si è effettuò il conteggio: “H + (dopo) 20 minuti, gli uomini sono usciti dai rifugi e hanno guardato la la nube con apprensione (…).H + 35 minuti, la sezione ha proseguito a piedi. I veicoli li hanno seguiti a 100 metri di distanza (…). Due miglia sono state coperte in 40 minuti (…). A 1.100 metri dal punto “zero” gli uomini hanno potuto vedere chiaramente il danno (…).Questa pattuglia si è fermata a 275 metri dal punto zero“. I soldati sopravvissero e, per gli alti comandi militari, ciò significò che “erano in grado di proseguire nel combattimento” e, in caso d’attacco militare vero, questi sarebbero potuti essere impiegati per “colpire direttamente il nemico”.

L’inconveniente. Dopo aver appurato che gli uomini in zona contaminata erano ancora vivi, si concentrò l’attenzione sull’efficienza delle comunicazioni fra di loro e fra loro e il comando. Si osservò che queste furono complicate dalle maschere antigas. Pertanto si capì – prosegue il documento – “che in caso di conflitto il comandante non dovrà entrare nella zona contaminata” mentre per gli uomini a piedi, dal momento che “il ritmo della manovra sarebbe ridotto del 50 percento l’uso di maschere rimane obbligatoria”. L’unica differenza imposta consistette nella sua “sostituzione con una maschera di protezione per le polveri elementari”. Ovvero si ridussero le difese per gli uomini al fine di mantenere inalterato il livello delle comunicazioni

Reazioni politiche. Il ministro della Difesa Hervé Morin ha dichiarato in un’intervista a Le Parisien di non conoscere il rapporto in questione salvo poi assicurare – ricordando l’adozione di una legge del 22 aprile dello scorso anno sul risarcimento delle vittime dei test – che “le dosi (di radiazioni ndr) ricevute durante queste prove erano molto basse“. Molto basse ma comunque, secondo il quotidiano, alla base di “danni irreversibili” nei soldati che ne sono stati esposti. Alcuni di questi, che hanno partecipato ai test in Polinesia nel 1996, hanno raccontato che gli ordini erano di “buttarsi al suolo e tapparsi gli occhi durante le esplosioni” anche se erano “vestiti unicamente con pantaloncini corti e magliette”.

Nel 1961 all’interno dell’Eliseo dimorava l’eroe della liberazione Charles De Gaulle che un tempo ebbe a dire “Il patriottismo è quando l’amore per la tua gente viene per primo”. Oggi, l’aforisma del generale sembra svuotarsi, alla luce dei fatti, di ogni significato. Tanto per quanto riguarda il patriottismo quanto per ciò che concerne l’amore per la propria gente che, di norma, non dovrebbe essere scalfito da alcuna ragion di Stato.

Antonio Marafioti

Fonte: http://it.peacereporter.net

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