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Pena di morte grande USA

Matteo Della Torre

“Un giorno la pena di morte sarà universalmente ripudiata, perché considerata una barbarie incompatibile con il progresso morale della società. Se la pena di morte avrà i giorni contati dipenderà dalla capacità dell’uomo di scommettere sulle possibilità ancora inespresse del suo essere ‘inedito’. Le strade della novità e dell’utopia spesso sono veicolate da piccoli segni – come una firma apposta su un foglio, in dissenso alla spirale di violenza – che risvegliano le potenzialità sopite nell’utero della storia”. Il 5 ottobre 1999, così scrivevo al conduttore radiofonico del programma RadioRAI “Zapping” Aldo Forbice, per annunciare una grande manifestazione cittadina contro la pena di morte, organizzata dalla Associazione Casa per la nonviolenza a San Ferdinando di Puglia. Fu un grande successo di partecipazione e di consenso popolare. Le scuole e molte associazioni del paese si unirono a noi in una cordata di protesta contro il sadico, premeditato e asettico omicidio di Stato e di solidarietà per le sue vittime. In quei giorni chiedemmo alla comunità internazionale, con centinaia di firme, una moratoria universale della pena di morte. Da allora, la nostra associazione è stata in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani, con articoli, manifestazioni pubbliche, petizioni, appelli, corsi di formazione ed incessante preghiera.

Per questo plaudiamo ed esultiamo per lo storico risultato. Il 18 dicembre 2007, alle ore 11.49 (ora di New York) l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, con 104 voti favorevoli, 54 contrari e 29 astenuti, ha approvato la moratoria della pena di morte nel mondo, stabilendo nella risoluzione “una moratoria delle esecuzioni capitali in prospettiva dell’abolizione della pena di morte”. Per la prima volta nella storia, la maggioranza della popolazione mondiale formalizza ufficialmente la sua contrarietà alla morte di stato. Celebriamo con giubilo questa storica vittoria della civiltà contro la barbarie, con lo sguardo rivolto al futuro, e lo facciamo con realismo. Il diritto internazionale stabilisce che la dichiarazione del massimo organismo della comunità delle nazioni è una raccomandazione che non ha effetto vincolante per la sovranità dei singoli stati, non può obbligarli a cambiare le proprie leggi. Nonostante ciò, la moratoria delle esecuzioni capitali è il primo passo per esercitare una forte pressione internazionale sui governi e sull’opinione pubblica dei 27 stati mantenitori che comminano ancora sentenze capitali. Oggi nel mondo ci sono circa 20 mila persone rinchiuse nei bracci della morte che attendono per molti anni di essere “eseguite”, assassinate dallo stato: un’orrenda tortura psicologica che li porta a rivivere migliaia di volte la propria morte prima che il momento arrivi.

L’applicazione concreta della moratoria dell’Onu contribuirà a produrre i seguenti effetti:

a) in una prima fase “limitarne progressivamente l’uso” e convincere gli stati mantenitori a restringere il numero dei reati punibili con la pena capitale ai soli casi più gravi (in Cina si condanna ancora a morte per reati minori come l’evasione fiscale, gioco d’azzardo, furto con scasso, teppismo, bigamia, frode, commercio di stupefacenti…);

b) sospendere a tempo indeterminato le pene di morte irrogate;

c) convincere gli stati mantenitori, che non applicano da tempo la pena di morte, ad abolirla con una legge;

d) esercitare una pressione sugli stati che, pur considerandosi democratici e civili, si ostinano ad applicare la pena di morte, affinché entrino in dialogo con i paesi abolizionisti ed aprano un dibattito nell’opinione pubblica che li porti a riconsiderare la loro politica sulla pena capitale;

e) strappare dai bracci della morte molte vite umane, sostituendo una pena ad elevata intensità (pena di morte) con una pena ad elevata estensione (ergastolo).

Il lavoro che attende il popolo degli abolizionisti è ancora lungo. E’ prevedibile una resistenza tenace degli stati che difendono la pena di morte. Nei prossimi anni continueranno a scorrere fiumi di sangue. Decine di migliaia di persone continueranno a morire per iniezione letale, fucilazione, impiccaggione, lapidazione o decapitazione con la scimitarra.

I compiti della comunità internazionale sono:

a) mettere sotto osservazione gli stati in cui è in vigore e si pratica la pena di morte. Nel 2007, nei 27 paesi che attualmente emettono condanne capitali, ci sono state 5.628 esecuzioni: Cina (5000), Iran (215), Pakistan (82), Irak (65), Sudan (65), Stati Uniti (53), Arabia Saudita (39), Yemen (30), Vietnam (14) Kuwait (11);

b) dare valore e forza al diritto di ogni individuo alla vita, sancito solennemente dall’articolo 3 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani (10 dicembre 1948), attraverso attività di ingerenza internazionale nel dominio riservato degli stati che lo violano con la pena di morte;

c) invitare gli stati mantenitori ad affrontare il problema della criminalità con diverse strategie;

d) sollevare degli interrogativi critici:

– l’applicazione della pena di morte ha una forte connotazione razziale e di classe (ad es., negli USA colpisce per il 99% neri e poveri);

– la pena di morte è lontana dallo svolgere la funzione di deterrenza. La storia del Canada è emblematica. Nel 1976 ha abolito la pena di morte e il tasso di omicidi anzichè aumentare è sceso del 27%;

– la scandalosa ingiustizia degli errori giudiziari, con la condanna a morte di persone innocenti;

e) moltiplicare gli sforzi educativi e di informazione per cambiare il cuore della gente al rispetto dei diritti umani;

f) escludere la pena di morte dal novero delle possibili punizioni degli atti criminosi, compresi quelli più gravi ed efferati.

Accogliamo questo storico risultato e volgiamo lo sguardo fiducioso e benigno dell’ottimista al lungo futuro che ci attende. Molta strada resta ancora da percorrere e nuovi traguardi attendono l’umanità nel suo continuo processo di compimento. Per chi è abituato a credere e scommettere sulle capacità “ancora inedite” (E. Balducci) dell’uomo, sono tanti i motivi per coltivare l’ottimismo. Dall’approvazione della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo nel dicembre del 1948 si è assistito ad una fantastica progressione nella tutela dei diritti umani. Dal 1948 ad oggi 79 nazioni hanno reso concreto il diritto umano “a non morite per mano dello stato” abolendo la pena di morte per tutti i reati, altri 16 paesi sono abolizionisti de facto.

E’ confortante vedere come la politica italiana, sempre litigiosa, in questa occasione abbia formato un fronte compatto su un grande obiettivo condiviso. Il nostro paese ha assunto con tenacia un ruolo di leadership nella eterogenea coalizione delle nazioni contrarie alla pena di morte. Per una volta, abbiamo sperimentato l’orgoglio di essere cittadini italiani.

Un aspetto negativo è, purtroppo, il voto contrario alla moratoria dell’India, indicativo della distanza siderale che divide ormai il governo indiano dal pensiero nonviolento e dalla prassi politica del “padre della nazione”, il dimenticato Mahatma Gandhi.

Concludo ricordando l’importanza della preghiera di intercessione per il cambiamento dell’uomo e della sua comunità. Lo rammento in primo luogo a me stesso e poi ad ogni uomo sulla terra, che crede in Dio. Per conseguire l’obiettivo dell’abolizione universale della pena di morte la diplomazia, l’ingerenza internazionale e le pressioni economiche possono rivelarsi insufficienti. Occorre parlare al cuore della maggioranza della popolazione degli stati mantenitori. La preghiera è il grimaldello capace di intercettare la parte più profonda dei nostri interlocutori. I vangeli ci insegnano che la preghiera incessante, insistita e, direi, sfrontata può persuadere Dio a “fare qualcosa che senza di essa non farebbe” (Walter Wink), poiché lo libera dai vincoli che Egli si impone per amore della libertà umana.

Matteo Della Torre

Fonte: www.ilgridodeipoveri.org

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