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Grande Fratello 1984
Grande Fratello 1984

a cura di Matteo Della Torre

Ad un popolo immerso in una cultura un po’ “guardona”, in cui padri e figli, il passato ed il futuro, si ritrovano uniti in forme molteplici e diverse di voyeurismo catodico omologante – che rassicura chi vive nell’illusione di avere il controllo su ciò di cui fruisce – e che fa strame della propria intelligenza guardando per ore programmi come “l’Isola dei Famosi” o “il Grande Fratello”, le ombre lunghe proiettate dal celebre romanzo “1984”, di un autore scomodo come George Orwell, possano fornire una chiave di lettura singolare della storia e dell’avvenire.

“1984” di George Orwell

“Ad un’estremità dell’ingresso dell’appartamento di Winston Smith era attaccato un manifesto a colori, troppo grande per poter essere messo all’interno. Vi era raffigurato un volto enorme, grande più di un metro, il volto di un uomo di circa 45 anni dai lineamenti severi ma belli. Winston, che aveva trentanove anni, salendo le scale, procedeva lentamente, fermandosi di tanto in tanto per riprendere fiato. Su ogni pianerottolo, di fronte al pozzo dell’ascensore, il manifesto con quel volto enorme guardava dalla parete. Era uno di quei ritratti fatti in modo che, quando vi muovete, gli occhi vi seguono.
IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA, diceva la scritta in basso. All’interno dell’appartamento una voce pastosa proveniva da una placca di metallo oblunga, simile ad uno specchio oscurato, incastrata nella parete di destra. Winston girò un interruttore e la voce si abbassò notevolmente, anche se le parole si potevano ancora distinguere. Il volume dell’apparecchio (si chiamava teleschermo) poteva essere abbassato, ma non vi era modo di spegnerlo. Winston si avvicinò alla finestra: era una figura minuscola, fragile, la magrezza del corpo appena accentuata dalla tuta azzurra che costituiva l’uniforme del Partito, il socing (socialismo inglese). Giù in strada i manifesti incollati per ogni dove. IL GRANDE FRATELLO VI GUARDA. Il suo volto guardava fisso da ogni cantone.
Il teleschermo riceveva e trasmetteva contemporaneamente. Se Winston avesse emesso un suono appena più forte di un bisbiglio, il teleschermo lo avrebbe captato; inoltre, finché fosse rimasto nel campo visivo controllato dalla placca metallica, avrebbe potuto essere sia visto che sentito. Naturalmente, non era possibile sapere se e quando si era sotto osservazione della Psicopolizia. Si presumeva che osservasse tutti continuamente. Qualsiasi movimento era attentamente scrutato.
A un chilometro di distanza si ergeva il Ministero della Verità (Minver, in neolingua), il luogo dove lui lavorava: questa era Londra, la principale città di Pista Uno, a sua volta la terza provincia più popolosa dell’Oceania. Il Ministero della Verità era un’enorme struttura piramidale di cemento bianco che s’innalzava fino ad un’altezza di trecento metri. Da dove si trovava Winston era possibile leggere, ben stampati sulla bianca facciata i tre slogan del Partito: LA GUERRA E’ PACE – LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’ – L’IGNORANZA E’ FORZA.
L’apparato governativo era strutturato in quattro ministeri: il Ministero della Verità si occupava dell’informazione, dell’istruzione, dei divertimenti e delle belle arti; il Ministero della Pace si occupava della guerra; il Ministero dell’Abbondanza era responsabile degli affari economici; il Ministero dell’Amore, manteneva la legge e l’ordine pubblico ed incuteva un autentico terrore.
Winston si girò di scatto. Il suo volto aveva assunto quell’espressione di sereno ottimismo che era consigliabile mostrare davanti al teleschermo.

[Winston, utilizzando un angolo della stanza non coperto dal raggio visivo del teleschermo, comincia a scrivere un diario segreto per raccogliere i suoi più intimi pensieri di contestazione del partito. Scrivere qualsiasi cosa personale era considerato dal Partito un reato gravissimo. Il diario di Winston iniziava così: “4 aprile 1984”].

Nell’Archivio dove lavorava Winston stavano tirando le sedie fuori dai cubicoli per raggrupparle al centro della sala, di fronte al grande teleschermo, in preparazione dei Due Minuti d’Odio. Un attimo dopo, dal teleschermo in fondo alla sala, esplose uno stridio lacerante, terribile, come se a produrlo fosse stata una qualche mostruosa macchina mal lubrificata. L’Odio era cominciato. Come al solito era apparso sullo schermo il volto di Emmanuel Goldstein, il Nemico del Popolo.

Goldstein era l’apostata, il traditore che tanto, tanto tempo fa era stato una personalità fra le più insigni del Partito, addirittura quasi allo stesso livello del Grande Fratello, ma poi si era impegnato in attività controrivoluzionarie ed era stato condannato a morte. Dopodiché era evaso e misteriosamente scomparso. Il programma dei Due Minuti d’Odio cambiava ogni giorno, ma Goldstein era sempre l’interprete principale. Era il traditore per antonomasia. Tutti i crimini commessi successivamente contro il Partito, tutti i tradimenti, gli atti di sabotaggio, le eresie, le deviazioni, erano emanazioni del suo credo. Egli era tuttora vivo in qualche parte del mondo, a tramare le sue cospirazioni.

Ora Goldstein stava rivolgendo il solito attacco velenoso alle dottrine del Partito, un attacco così eccessivo e iniquo che non avrebbe tratto in inganno neanche un bambino e purtuttavia plausibile quanto bastava a trasmettere l’allarmante sensazione che potesse far presa su persone sufficientemente credule e ingenue. Insultava il Grande Fratello, denunciava la dittatura del partito. Nel frattempo sul teleschermo alle sue spalle, per sciogliere ogni dubbio sui fini reconditi del suo capzioso sproloquio, marciavano le sterminate colonne dell’esercito eurasiatico: una fila dopo l’altra di uomini massicci, con inespressive facce asiatiche. Il passo battuto dagli stivali dei soldati, monotono e ritmato, faceva da sfondo sonoro alla voce belante di Goldstein. L’Odio era iniziato da meno di trenta secondi e già una buona metà dei presenti prorompevano con incontrollabili manifestazioni di collera. Il solo pensare a lui, produceva automaticamente sentimenti di paura e di rabbia. Goldstein costituiva un oggetto costante d’odio, anche più dell’Eurasia o dell’Estasia, perché quando l’Oceania era in guerra con una di queste potenze in genere era in pace con l’altra.

Vi erano sempre dei gonzi pronti ad essere sedotti da Goldstein, né passava giorno senza che la Psicopolizia smascherasse spie, sabotatori che agivano sotto le sue direttive. Era il comandante in capo di un enorme esercito ombra, di una rete sotterranea di cospiratori votati al sovvertimento dello Stato. Pare che si chiamasse la Confraternita. Nel secondo minuto l’Odio raggiunse il parossismo. I presenti si sedevano e balzavano in piedi di continuo, urlando “Porco! Porco! Porco!”. In un momento di lucidità Winston si rese conto che stava gridando come tutti gli altri. La cosa orribile dei Due Minuti d’Odio era che nessuno veniva obbligato a recitare. Evitare di farsi coinvolgere era infatti impossibile. L’Odio raggiunse il suo culmine. Il volto di Goldstein si dissolse nella figura di un soldato eurasiatico, per poi lasciare il posto al volto del Grande Fratello, irraggiante forza e una misteriosa serenità. Nessuno udì le parole del Grande Fratello. Erano parole d’incoraggiamento, di quelle che si dicono nel fragore della battaglia. Poi anche il suo volto si dissolse, per lasciare il posto ai tre slogan del Partito: LA GUERRA E’ PACE – LA LIBERTA’ E’ SCHIAVITU’ – L’IGNORANZA E’ FORZA. In quel momento in un atto di autoipnosi, di un volontario ottundimento della coscienza, tutti intonarono una sorta di salmodia lenta, ritmata, solenne: “G.F.!…G.F.!…G.F.!…”. Durante i Due Minuti d’Odio Winston non poteva sottrarsi al delirio generale, ma questo canto primitivo, “G.F.!…G.F.!…”, lo riempiva sempre di orrore. Naturalmente, cantava come tutti gli altri, era impossibile fare altrimenti: dissimulare i propri sentimenti, controllare i movimenti del volto, fare quello che facevano gli altri, era una reazione istintiva. Far trapelare un qualsiasi sentimento spontaneo sarebbe stato pericolosissimo. Lo chiamavano Psicoreato. Era un delitto che non si poteva tenere celato per sempre. La Psicopolizia lo avrebbe scoperto e lo avrebbe preso. Accadeva sempre di notte. Gli arresti venivano eseguiti sempre di notte: il risveglio improvviso e violento, la luce delle torce elettriche che abbagliava gli occhi, il cerchio di facce dure intorno al letto. Non si celebravano processi, né si stendevano resoconti dell’arresto. La gente semplicemente spariva. Il nome dell’arrestato veniva cancellato dagli archivi, ogni traccia di quello che aveva fatto nel corso della sua vita veniva rimossa, la sua stessa esistenza di un tempo veniva prima negata, quindi dimenticata. L’arrestato era eliminato, annientato. La parola giusta era vaporizzato.

Winston non riusciva assolutamente a ricordare un periodo in cui il paese non fosse stato in guerra, anche se a voler essere precisi non si era trattato della medesima guerra. In questo momento, nel 1984, l’Oceania era in guerra con l’Eurasia e alleata con l’Estasia. In nessun discorso pubblico o privato si faceva riferimento a momenti in cui le tre potenze fossero state allineate diversamente, eppure Winston sapeva bene che appena quattro anni prima l’Oceania era stata in guerra con l’Estasia e alleata dell’Eurasia. A livello ufficiale, il cambiamento non si era mai verificato: L’Oceania era in guerra con l’Eurasia, quindi l’Oceania era sempre in guerra con l’Eurasia. Il nemico contingente incarnava sempre il male assoluto; ne conseguiva che qualsiasi intesa con lui fosse impossibile, tanto nel passato che nel futuro. Se il Partito poteva ficcare le mani nel passato e dire di questo o quell’avvenimento che non era mai accaduto, ciò non era forse ancora più terribile della tortura o della morte? Il Partito diceva che l’Oceania non era mai stata alleata dell’Eurasia. Winston sapeva che appena quattro anni prima l’Oceania era stata alleata dell’Eurasia. E se tutti quanti accettavano la menzogna imposta dal Partito, se tutti i documenti raccontavano la stessa favola, ecco che la menzogna diventava un fatto storico, quindi vera. “Chi controlla il passato” diceva lo slogan del Partito “controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato”. Lo chiamavano “controllo della realtà”. Parola che in neolingua era: “bipensiero”. Il passato, riflettè Winston, non era stato solo modificato, era stato distrutto completamente.

Nelle pareti del cubicolo dove lavorava Winston, intento ad alterare le cronache del passato, si aprivano tre orifizi: a destra del parlascrivi, un piccolo tubo pneumatico per i messaggi scritti, a sinistra un tubo più grande per i giornali e al centro un’ampia feritoia protetta da una grata: era il “buco della memoria” dove si lasciavano cadere i testi censurati che un vortice di aria calda avrebbe trasportato nelle enormi fornaci nascoste da qualche parte nei recessi del Ministero della Verità.

Winston esaminò un ritaglio di carta che aveva srotolato. Il messaggio era il seguente:

Times 3.12.83 relaz. Ordinegiorno granfrat arcipiùsbuono rifer at nonpersone riscrivere totalm anteregistr sottoporre autsup.

[traduzione del testo in neolingua: La riproduzione dell’Ordine del giorno del Grande Fratello nel “Times” del 3 dicembre 1983 è estremamente insoddisfacente e fa riferimento a persone inesistenti. Riscrivere da cima a fondo e prima di archiviare sottoporre la bozza all’autorità superiore].

Una volta che un particolare numero del “Times” fosse stato corretto, il numero in questione veniva ristampato, mentre la copia originale veniva distrutta e sostituita negli archivi con quella nuova. Un simile processo di alterazione continua non era applicato solo ai giornali, ma anche a libri, periodici, manifesti, film, fotografie, insomma a ogni scritto o documento passibili di avere una qualche rilevanza politica o ideologica. Giorno dopo giorno, il passato veniva aggiornato. Non si permetteva che restasse traccia di notizie o opinioni in contrasto con le esigenze del momento. Anche i libri venivano ritirati e riscritti in continuazione, poi ristampati senza ammettere che vi fosse stato apportato un qualsiasi cambiamento. Le linee politiche o le profezie errate del Grande Fratello non potevano così essere in alcun modo contraddette.
Winston sgobbava tutti i santi giorni a rintracciare e cancellare dai giornali i nomi di quelli che erano stati vaporizzati e che perciò si teneva per fermo che non fossero mai esistiti.
All’Archivio vi erano eserciti di addetti alla consultazione, il cui compito consisteva semplicemente nel compilare liste di libri e riviste da sequestrare. Da qualche parte c’erano i cervelli pensanti, rigorosamente anonimi, che coordinavano il tutto e fissavano le linee politiche del Partito.
A sua volta, poi, l’Archivio non era che un ramo del Ministero della Verità, il cui scopo primario non consisteva nel rifabbricare il passato, ma nel fornire ai cittadini dell’Oceania giornali, libri, film, programmi televisivi, opere teatrali, romanzi, insomma nel fornire loro informazione e divertimenti di ogni genere: giornali-spazzatura che contenevano solo sport, fatti di cronaca nera, oroscopi, romanzetti rosa, film stracolmi di violenza, sesso e canzonette.
Nella mensa, ubicata nei sotterranei dell’edificio, Winston incontrò Syme, un filologo specialista in neolingua. Faceva parte di un’enorme squadra di esperti impegnati nella messa a punto dell’11a Edizione del Dizionario della Neolingua. Syme era di un’ortodossia maligna, come sanno esserlo solo gli intellettuali. “L’Undicesima Edizione è quella definitiva”, disse. “Stiamo dando alla lingua la sua forma finale, quella che avrà quando sarà l’unica ad essere usata. Tu credi, immagino, che il nostro compito principale consista nell’inventare nuove parole. Neanche per idea! Noi le parole le distruggiamo, a dozzine, a centinaia. Giorno per giorno stiamo riducendo il linguaggio all’osso. E’ qualcosa di bello la distruzione delle parole. Che bisogno c’è di una parola che è solo l’opposto di un’altra? Ogni parola contiene in se stessa il suo opposto. Prendiamo ‘buono’, per esempio. Se hai a disposizione una parola come ‘buono’, che bisogno c’è di avere anche ‘cattivo’? ‘Sbuono’ andrà altrettantanto bene, anzi meglio. Se desideri un’accezione più forte di ‘buono’, che senso hanno tutte quelle variabili vaghe ed inutili: ‘eccellente’, ‘splendido’…? ‘Plusbuono’ rende perfettamente il senso, e così ‘arciplusbuono’, se ti serve qualcosa di più intenso. Alla fine del processo tutti i significati connessi a parole come bontà e cattiveria saranno coperti da appena sei parole o, se ci pensi bene, da una parola sola”. Poi Syme continuò: “Non capisci Winston che lo scopo principale a cui tende la neolingua è quello di restringere al massimo la sfera d’azione del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno più parole con cui poterlo esprimere. Ad ogni nuovo anno, una diminuzione nel numero delle parole e una contrazione ulteriore della coscienza. La rivoluzione trionferà quando la lingua avrà raggiunto la perfezione. La neolingua è il Socing, il Socing è la neolingua. In futuro si potrà mai avere uno slogan come ‘La libertà è schiavitù’, quando il concetto stesso di libertà sarà stato abolito? In effetti il pensiero non esisterà più, almeno non come lo intendiamo ora. Ortodossia vuol dire non pensare, non aver bisogno di pensare. Ortodossia ed inconsapevolezza sono la stessa cosa”.
Un giorno di questi, pensò Winston con improvvisa, profonda convinzione, Syme sarà vaporizzato. E’ troppo intelligente. Capisce troppe cose, parla con troppa chiarezza e al partito questo tipo di persone non piace. Un giorno sparirà, ce l’ha scritto in faccia.
Improvvisamente uno squillo di tromba proruppe dal teleschermo. Stavolta non si trattava dell’annuncio di una vittoria militare, ma solo di un avviso del Ministero dell’Abbondanza. “Compagni” gridò una voce giovanile ed entusiasta, “compagni attenzione! Abbiamo per voi notizie straordinarie. La battaglia per la produzione è stata vinta! Sono stati chiusi i rendiconti relativi alla produzione di tutti i beni di consumo, dai quali emerge che rispetto all’anno scorso il tenore di vita si è innalzato di almeno il 20 per cento. Stamattina in tutta l’Oceania si sono svolte irrefrenabili manifestazioni spontanee. I lavoratori sono usciti in massa dalle fabbriche e dagli uffici e sono sfilati per le strade, innalzando striscioni e gridando la loro gratitudine nei confronti del Grande Fratello per l’esistenza nuova e felice che la sua sapiente guida ci ha garantito”.
A quanto pareva, pensò Winston, vi erano state anche manifestazioni di ringraziamento al Grande Fratello per aver aumentato la razione settimanale di cioccolato, portandola a venti grammi. Ma se appena ieri avevano annunciato che la razione di cioccolato doveva essere abbassata a venti grammi! Possibile che potessero mandare giù una balla simile a distanza di sole ventiquattr’ore? Si, era possibile. Parson, seduto accanto a lui, se l’era bevuta tranquillamente, con la stupidità di un animale. E pure Syme, magari in maniera più complessa, implicante una qualche dose di bipensiero, pure Syme se l’era bevuta. Era quindi solo lui, Winston, ad avere una memoria? Era pericolosissimo però nutrire simili idee quando ci si trovava in un luogo pubblico o entro il raggio d’azione del teleschermo. Anche il particolare più insignificante poteva segnare la fine: un tic, un’inconscia traccia d’ansia sul volto, l’abitudine di mormorare tra i denti, tutto quello che suggerisse una diversità rispetto alla norma o desse l’idea di avere qualcosa da nascondere. In ogni caso, avere sul volto un’espressione sconveniente (come mostrarsi increduli, ad esempio, all’annuncio di una vittoria) costituiva di per sé un reato passibile di pena. Vi era anche una parola in neolingua che lo descriveva: voltoreato.
Mentre camminava per recarsi a casa Winston pensò che se c’era una speranza, doveva trovarsi tra i prolet, perché solo fra loro, fra quelle masse disprezzate e brulicanti che formavano l’85% della popolazione dell’Oceania, poteva nascere la forza capace di distruggere il Partito, che non poteva in alcun modo essere rovesciato dall’interno. Ma i prolet, se fossero riusciti in qualche modo a prendere coscienza della loro forza, non avrebbero avuto bisogno di cospirare. Non avrebbero dovuto fare altro che levarsi in piedi e scrollare le spalle come un cavallo che scuote da sé le mosche. Se avessero voluto avrebbero potuto fare a pezzi il Partito l’indomani stesso. I prolet, però, nascevano e vivevano in topaie. Il lavoro pesante, la cura della casa e dei bambini, le futili beghe coi vicini, il cinema, il calcio, la birra e soprattutto le scommesse, limitavano il loro orizzonte. Tenerli sotto controllo non era difficile. Da loro il Partito non richiedeva altro che un po’ di patriottismo primitivo. Persino quando in mezzo a loro serpeggiava il malcontento, questo scontento non aveva sbocchi perché, privi com’erano di una visione generale dei fatti, finivano per convogliarlo su rivendicazioni assolutamente secondarie. Non riuscivano mai ad avere la consapevolezza dei problemi più grandi. Erano persone al di sotto di ogni sospetto. Il Partito diceva che gli animali e i prolet sono liberi.
A guardarsi intorno, ci si rendeva conto che la vita non aveva nulla in comune con quel torrente di menzogne che fluiva dai teleschermi. Non era possibile dimostrare o contestare nulla di tutto ciò: la menzogna diventava verità.
Un giorno Winston ricordò di aver preso il libro di storia per bambini e guardò il ritratto del Grande Fratello che campeggiava sul frontespizio. I suoi occhi lo fissavano ipnotici. Era come se una qualche forza immensa lo schiacciasse, qualcosa che penetrava nel suo cranio e gli martellava il cervello, inculcandogli la paura di avere opinioni personali. Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e ognuno avrebbe dovuto crederci.
[Nel frattempo Winston conosce Julia, una collega che lavorava nel Ministero della Verità alle macchine scrivi-romanzi del Reparto Finzione. Il loro amore era impossibile, perché il Partito vietava ogni sentimento amoroso tra i propri membri. I loro incontri si svolsero nella più prudente clandestinità. Winston e Julia erano accomunati dall’odio per il Partito. Affittarono una camera al secondo piano di un negozio di antiquariato ubicato nei quartieri dei prolet].

Durante la Settimana dell’Odio, fra mille fremiti il grande orgasmo stava per raggiungere il suo culmin. L’odio generale nei confronti dell’Eurasia si era mutato in un delirio. Proprio allora era stato annunciato che l’Oceania non era in guerra con l’Eurasia. L’Oceania era in guerra con l’Estasia. L’Eurasia era una nazione alleata. Naturalmente nessuno ammise che si era verificato un cambiamento. Si venne semplicemente a sapere, in maniera repentina e in ogni angolo del Paese, che il nemico non era l’Eurasia ma l’Estasia. L’Oceania era sempre stata in guerra con l’Estasia. Gran parte degli scritti politici degli ultimi cinque anni era adesso diventata obsoleta. Documenti di ogni genere e grado, giornali, libri, film, fotografie… tutto doveva essere corretto a velocità supersonica. I responsabili dell’Archivio esigevano che nel giro di una settimana sparisse qualsiasi riferimento alla guerra con l’Eurasia e all’Alleanza con l’Estasia. Una quantità di lavoro impressionante.
[L’Oceania, l’Eurasia e l’Estasia erano in una condizione di guerra permanente. I tre stati belligeranti erano incapaci di distruggere il nemico, quindi la guerra era limitata ai territori di confine degli stati che ospitavano circa un quinto della popolazione terrestre. Per il possesso di queste regioni fittamente popolate, i tre superstati erano in conflitto perenne. Tutti i territori contesi contenevano minerali preziosi e costituivano una riserva inesauribile di manodopera a basso costo. Chiunque avesse controllato l’Africa equatoriale, o l’arcipelago indonesiano, o i paesi del Medio Oriente, o l’India meridionale, avrebbe potuto anche disporre di milioni di lavoratori sottopagati e rotti alla fatica].

Il Ministero della Verità fabbrica menzogne, il Ministero della Pace si occupa della guerra, il Ministero dell’Amore pratica la tortura, il Ministero dell’Abbondanza è responsabile della generale penuria di beni. Era tutto chiaro, pensò Winston, queste contraddizioni non sono casuali, né si originano dalla semplice ipocrisia: sono meditati esercizi di bipensiero. E’ infatti solo conciliando gli opposti che diviene possibile conservare il potere all’infinito. La mistica del partito, e soprattutto quella del partito interno, si basa sul bipensiero.

[Winston e Julia erano nella loro stanza in un quartiere prolet].

“Un giorno i prolet si risveglieranno”, disse Winston a Julia. “Noi siamo i morti”, disse Winston. “Noi siamo i morti” gli fece docilmente eco Julia. “Voi siete i morti” disse una voce metallica alle loro spalle. Si staccarono l’uno dall’altra con un balzo: Winston si sentì agghiacciare le viscere. “Voi siete i morti” ripetè la voce metallica. “Era dietro il quadro” ansimò Julia. Era accaduto, infine! Il quadro era caduto a terra, rivelando il teleschermo alle sue spalle. “Ora possono vederci” disse Julia. “Ora possiamo vedervi” disse la voce. “Mettetevi al centro della stanza e restate immobili”. “Potete dirvi addio”, disse la voce.
La stanza si riempì di uomini grandi e grossi in uniforme nera, con stivali borchiati e manganelli in mano. Una sola cosa contava: restare immobile. Il rumore di un colpo sordo: un violento calcio raggiunse Winston alla caviglia, facendolo quasi cadere. Uno degli uomini aveva vibrato un pugno nel plesso solare di Julia, facendola piegare in due. Ora la ragazza si contorceva per terra, boccheggiando. E fu questa l’ultima immagine che serbò di lei.
Si sentì un altro rumore di passi nel corridoio. Entrò un uomo freddo ed attento di circa trentacinque anni. Gli uomini in divisa nera assunsero subito un atteggiamento deferente. Winston si rese conto che per la prima volta in vita sua aveva da vanti a sé, senza che potessero esserci dubbi in proposito, un membro della Psicopolizia.

[Winston fu portato nei sotterranei del Ministero dell’Amore. La sua cella era un andirivieni ininterrotto di detenuti di ogni risma: spacciatori di droga, ladri, banditi, professionisti del mercato nero, ubriachi, prostitute].

La porta della cella si aprì, per fare entrare un giovane ufficiale dal volto di pietra. Nella cella entrò Parsons. “Tu qui?” escamò. “Perché sei dentro?” chiese Winston. “Psicoreato!” disse Parsons, quasi in lacrime. “Non crederai certo che mi spareranno, eh? Mica ti sparano se non hai fatto niente, se si tratta solo di pensieri su cui non puoi intervenire! So che danno ampie possibilità di discolparsi. Io ci conto. Il mio passato lo conoscono, no? Ho cercato di fare per il Partito tutto quello che potevo, non è così?” “Sei colpevole?” chiese Winston. “Ma certo che sono colpevole!” gridò Parsons lanciando uno sguardo servile in direzione del teleschermo. “Non crederai certo che il Partito arresterebbe un innocente!” “Vecchio mio, lo psicoreato è una cosa terribile”, riprese a dire in tono sentenzioso. “E’ insidioso, ci puoi cascare anche senza accorgertene. Lo sai come sono stato sorpreso? Nel sonno! Sì, proprio così. Mi facevo in quattro, facevo la mia parte, senza sapere le porcherie che mi tenevo dentro. Poi ho cominciato a parlare nel sonno. Lo sai che cosa mi hanno sentito dire?” Abbassò la voce, come uno che per motivi clinici sia costretto a dire un’oscenità. “Abbasso il Grande Fratello! Ho detto proprio così! Pare che lo abbia ripetuto più volte”. “Chi ti ha denunciato?” chiese Winston. “La mia bambina” con una specie di doloroso orgoglio. “Si è messa a origliare dal buco della serratura. Ha sentito quello che stavo dicendo e il giorno dopo è andata di corsa alla polizia. Niente male, vero, per una frugolina di sette anni! Non la rimprovero per quello che ha fatto, anzi sono orgoglioso di lei. E’ la dimostrazione che l’abbiamo tirata su nello spirito giusto”.
La porta si aprì, entrò O’Brien [membro del Partito interno e alto ufficiale della psicopolizia], si mise di lato, facendo strada ad una guardia bassa e tarchiata, con braccia e spalle enormi e si piantò proprio di fronte a Winston. Gli colpì il gomito con un manganello. Winston si era piegato sulle ginocchia, quasi paralizzato, stringendo il gomito con l’altra mano. Incredibile che un unico colpo potesse infliggere un dolore così forte! La guardia osservava i suoi contorcimenti e rideva.
Dopo quel primo colpo era cominciato l’incubo. Non riusciva neanche a ricordare quante volte era stato percosso e per quanto tempo. Ogni volta c’erano sempre cinque o sei uomini che si accanivano su di lui. A volte si trattava di pugni, a volte di manganellate, a volte di colpi vibrati con bastoni di ferro, altre volte con calci.
I pestaggi si fecero poi meno frequenti, assumendo la forma della minaccia, di un orrore nel quale poteva essere ricacciato. Ora ad interrogarlo non erano più energumeni in uniforme nera, ma intellettuali del Partito, per periodi di tempo che duravano dalle dieci alle dodici ore. La loro vera arma era l’interrogatorio ininterrotto. Gli rinfacciavano ad ogni istante menzogne e contraddizioni, finché non scoppiava in un pianto indotto dall’umiliazione e dallo sforzo nervoso. Ogni sforzo di Winston era teso a scoprire che cosa volevano fargli confessare, in modo da poterlo fare subito ed evitare che il pestaggio riprendesse da capo. Confessò tutto ciò che era possibile confessare. Stava confessando tutto, perfino quello che era riuscito a tenere nascosto sotto la tortura. Ora stava balzando su dal suo tavolaccio, torturato con l’elettricità da O’Brien. Era lui il torturatore, l’inquisitore, il nemico.
“Ti ho detto una volta che se mai ci fossimo rivisti, sarebbe stato in questo luogo”. “Sì” rispose Winston. Un’ondata di dolore gli attraversò il corpo. Era una sensazione terrificante. Il suo corpo era come deformato dalle contorsioni indotte dall’elettricità. Soprattutto lo atterriva la paura che la spina dorsale stesse per spezzarsi. O’Brien alzò di nuovo la leva sul quadrante e l’onda di dolore si ritirò con la stessa rapidità con cui era venuta. “Era a quaranta” disse. “Come puoi vedere i numeri sul quadrante vanno fino a cento”. Ti prego di ricordare, nel corso della nostra conversazione, che ho il potere di infliggerti dolore in ogni momento, e dell’intensità che più mi aggrada. Se mentirai o cercherai di essere evasivo, e perfino se non ti mostrerai all’altezza della tua intelligenza, griderai di dolore, all’istante. Hai capito?” “Sì” rispose Winston.
“Con quale potenza l’Oceania è attualmente in guerra?”
“Quando sono stato arrestato, l’Oceania era in guerra con l’Estasia”. “Con l’Estasia, esatto. E l’Oceania è stata sempre in guerra con l’Estasia, non è vero?”
Winston trattenne il respiro. Aprì la bocca per parlare, ma poi si fermò. Non riusciva a levare gli occhi dal quadrante. “La verità, Winston, per cortesia. La tua verità. Dimmi quello che credi di ricordare”.
“Ricordo che appena una settimana prima che fossi arrestato, non eravamo affatto in guerra contro l’Estasia. Eravamo alleati. La guerra era contro l’Eurasia. Durava da quattro anni. Prima…” Con un cenno della mano O’Brien lo interruppe. “Un altro esempio” disse. “Alcuni anni fa hai coltivato una convinzione sbagliata quanto folle. Hai creduto che tre uomini come Jones, Aaronson e Rutherford, ex membri del Partito, giustiziati per tradimento e sabotaggio dopo aver reso piena confessione, non erano colpevoli dei crimini che erano stati loro imputati. Hai creduto di avere nelle mani la prova documentaria incontestabile che le loro confessioni erano false. Ci fu anche una fotografia che ti fece vivere un’allucinazione: ti convincesti di averla veramente avuta fra le mani. Era una foto più o meno come questa”.
Non ci si poteva sbagliare: era quella fotografia. “Esiste!” gridò. “No” disse O’Brien. Attraversò la stanza. Nella parete di fronte vi era un buco della memoria. O’Brien sollevò la grata e la fotografia fu trasportata dalla corrente di aria calda, poi svanì in una vampata di fiamma. “Ceneri” disse O’Brien, “polvere. La fotografia non esiste. Non è mai esistita”. “Ma certo che esiste! Esiste nella memoria. Io la ricordo. Anche tu la ricordi”. “Io non la ricordo” disse O’Brien. Winston si sentì prendere dallo scoramento. Quello era bipensiero allo stato puro. Aveva già dimenticato di aver negato di ricordarla, dimenticando al contempo anche l’atto del dimenticare.
“Tu pensi, Winston, che il passato abbia un’esistenza concreta? Il passato esiste concretamente, entro lo spazio? “Nei documenti e poi nella memoria” disse Winston. “Noi, il Partito controlliamo tutti i documenti e la memoria di ogni singolo individuo, pertanto controlliamo il passato” disse O’Brien.
“Ricordi” riprese a dire “di aver scritto nel tuo diario: “La libertà è la libertà di dire che due più due fa quattro?”. “Sì” rispose Winston. O’Brien sollevò la mano sinistra, tenendo il pollice nascosto e le quattro dita tese. “Quante sono le dita che tengo alzate, Winston?” “Quattro”.
“E se il Partito dice che le dita non sono quattro ma cinque, quante sono?” “Quattro”. La parola terminò con un rantolo di dolore. L’ago del quadrante era balzato a 55. “Quante dita sono, Winston?” “Quattro”. L’ago salì a 60. “Quante dita sono, Winston?” “Quattro! Basta, basta! Ma perché non ti fermi? Sono quattro, quattro!” “Quante dita sono, Winston?” “Cinque! Cinque! Cinque!” “No, Winston, è inutile. Tu stai mentendo, tu credi ancora che siano quattro”. “Quattro! Cinque! Tutto quello che vuoi! Ma basta con questa sofferenza!”
“Quante dita sono, Winston?” “Quattro. Immagino che siano quattro. Ne vedrei cinque, se potessi. Sto cercando di vederne cinque”. Il dolore entrò a fiotti nel corpo di Winston. L’ago doveva essere 70-75. “Che cosa preferisci, persuadermi che ne vedi cinque o vederne veramente cinque?” “Vederne veramente cinque”. “Ricominciamo” disse O’Brien. Forse l’ago era salito a ottanta, o a novanta”. “Quante sono queste dita, Winston” “Non lo so, non lo so. Se spingi di nuovo la leva mi ucciderai. Quattro, cinque, sei… in tutta onestà, non lo so”. “Così va meglio” disse O’Brien.
“Lo sai per quale motivo portiamo le persone in questo posto?” “Per farle confessare”. “No, non è questo il motivo. Riprova”. “Per punirle”. “No!” gridò O’Brien. “No! Certo non allo scopo banale di estorcerti una confessione o di punirti. Tu sei qui perché vogliamo curarti, per farti riacquistare la ragione! Ma lo vuoi capire, Winston, che nessuno di quelli che cadono in mano nostra esce di qui senza essere stato guarito? L’unica cosa che ci sta a cuore è il pensiero. Noi non ci limitiamo a distruggere i nostri nemici, noi li cambiamo”.
“Hai certamente letto delle persecuzioni religiose del passato. Nel Medioevo vi era l’Inquisizione. Un autentico fallimento. Gli uomini morivano perché non intendevano tradire le proprie convinzioni. Vennero poi i regimi totalitari: i nazisti e i comunisti in Russia. Nella lotta contro l’eresia i russi furono anche più feroci dell’Inquisizione. Ritennero di aver imparato dagli errori del passato: erano convinti che non si dovessero assolutamente creare dei martiri. Pertanto, prima di sottoporre le proprie vittime ad un processo pubblico, impegnavano ogni mezzo per distruggerne la dignità. Ne fiaccavano la resistenza con la tortura e l’isolamento. Ma le confessioni che essi avevano reso erano palesemente estorte e fasulle. Noi non commettiamo errori del genere. Con noi tutte le confessioni sono autentiche. Noi le rendiamo tali. Noi non consentiamo che i morti risorgano per farci guerra. Nessuno tra i posteri ti renderà giustizia. I posteri non sapranno mai nulla di te. Tu sarai cancellato totalmente dal corso della storia. Noi ti vaporizzeremo, disperdendoti nella stratosfera. Di te non resterà nulla, né il nome in qualche archivio, né il ricordo nella mente di qualche essere vivente. Sarà come se tu non fossi mai esistito”. E allora perché prendersi la cura di torturarmi, pensò Winston. O’Brien si arrestò, come se Winston avesse formulato il suo pensiero ad alta voce. “So cosa stai pensando” disse. “Dal momento che è nostra intenzione distruggerti completamente, per quale motivo ci prendiamo la briga di interrogarti, prima?” “Sai” riprese “tu sei un’imperfezione nel sistema, Winston, una macchia che va cancellata. Noi non ci accontentiamo dell’obbedienza negativa, e meno che mai di una sottomissione avvilente. Quando infine ti arrenderai a noi, ciò dovrà avvenire di tua spontanea volontà. Noi non distruggiamo l’eretico per il fatto che ci resiste. Finché ci resiste noi non lo distruggiamo. Noi lo convertiamo, penetriamo nei suoi recessi mentali più nascosti, lo modelliamo da cima a fondo. Prima di ucciderlo ne facciamo uno di noi. Prima di far saltare il suo cervello, lo rendiamo perfetto. Quei tre miserabili traditori, Jones, Aaronson e Rutherford, nella cui innocenza tu un tempo hai creduto, alla fine siamo riusciti a piegare anche loro. Io stesso ho preso parte all’interrogatorio. Li ho visti fiaccarsi a poco a poco, li ho visti strisciare, frignare, piangere. Alla fine non erano più lacrime di dolore, ma di espiazione. Quando abbiamo finito con loro, erano dei gusci d’uomini, che dentro di sé ospitavano solo dolore per quello che avevano fatto e amore per il Grande Fratello. Era commuovente vedere quanto lo amavano. Chiesero di essere passati per le armi subito, in modo da poter morire con la mente ancora pura”.
La sua voce aveva assunto toni quasi estatici. Il volto irradiava ancora l’esaltazione, l’entusiasmo del folle. Non sta fingendo, pensò Winston, non è un ipocrita, crede veramente in tutto quello che dice.
“Tremila” disse O’Brien, rivolto all’uomo in camice bianco. Due soffici tamponi, aderivano alle tempie di Winson. Winson fu preso dallo sgomento. Sentiva insorgere del dolore, una nuova specie di dolore. “Questa volta non farà male” disse O’Brien. “Tieni gli occhi fissi nei miei”. Proprio in quel momento ci fu un’esplosione, o almeno quella che parve un’esplosione. Di certo divampò un lampo di luce accecante. Un colpo terribile e indolore lo aveva come schiacciato. Anche nella testa era successo qualcosa, era come se gli avessero asportato una parte di cervello.
“Con quale nazione è in guerra l’Oceania?” “Non ricordo”. “L’Oceania è in guerra con l’Estasia. Adesso ricordi?” “Sì”. “L’Oceania è stata sempre in guerra con l’Estasia fin dall’inizio della tua vita, ricordi?” “Sì”. “Poco fa ho sollevato le dita della mia mano e te le ho mostrate. Tu hai visto cinque dita. Ricordi?” “Sì”. O’Brien alzò le dita della mano sinistra, tenendo il pollice nascosto. “Qui ci sono cinque dita. Ne vedi cinque?” “Sì”. E per un fuggevole istante, prima che nella sua mente la scena cambiasse, le vide veramente. Vide cinque dita.
“Ora vedi”, disse O’Brien, “che è possibile”. “Sì” disse Winston. “Prima che portiamo a termine questa seduta”, continuò O’Brien, “puoi rivolgermi qualche domanda, se credi”. “Qualsiasi domanda?”
“Qualsiasi domanda”. Vide che gli occhi di Winston erano fissi sul quadrante. “La macchina è spenta. Qual è la prima domanda?” “Che avete fatto a Julia?” chiese Winston. O’Brien sorrise di nuovo. “Ti ha tradito, Winston. Immediatamente e senza riserve. Di rado ho visto qualcuno che cedesse a noi con tanta prontezza. La riconosceresti a stento se la vedessi. Tutta la sua ansia di ribellione, la sua sporcizia mentale, tutto è stato purificato. Una conversione perfetta, un caso da manuale”. “L’avete torturata?” chiese Winston. A questo O’Brien non rispose. “Un’altra domanda” disse. “Il Grande Fratello esiste?” “Certo che esiste. Il Partito esiste. Il Grande Fratello è l’incarnazione del Partito”. “Esiste nello stesso modo in cui esisto io?” “Tu non esisti” rispose O’Brien. “Morirà, il Grande Fratello?” “Certamente no. Come potrebbe morire? Un’altra domanda”. “La Confraternita di Goldstein esiste?” “Questo, Winston, non lo saprai mai”. Alzò il dito in direzione dell’uomo in camice bianco. Era chiaro che la seduta era terminata. Un ago penetrò nel braccio di Winston, che quasi all’istante cadde in un sonno profondo. […]
“Il tuo recupero” disse O’Brien “comprende tre stadi: apprendimento, comprensione, accettazione. E’ giunto per te il momento di passare al secondo stadio”. Winston giaceva supino come sempre.
“Togliti dalla testa le idee di Goldstein espresse nel suo libro; ovvero il libro che ho scritto io. Intendo dire, ho collaborato alla sua redazione. Come sai, nessun libro viene scritto individualmente”.
“I proletari non si ribelleranno mai, né fra mille, né fra un milione di anni. Non possono farlo. Non ho neanche il bisogno di spiegartene il motivo, perché lo conosci già. Se hai cullato il sogno di un’insurrezione violenta, è meglio che lo lasci perdere. Non esiste nessuna possibilità di rovesciare il Partito. Il Partito governerà in eterno. Da qui deve muovere ogni tuo pensiero”.
“Ti è sufficientemente chiaro”, riprese, “come il Partito si mantiene al potere. Ora, però, devi dirmi perché non abbiamo alcuna intenzione di cederlo. Da quale fine siamo spinti? Per quale motivo dovremmo desiderare il potere? Su parla!”
Per un paio di secondi ancora Winston non aprì bocca. Sapeva già quello che O’ Brien gli avrebbe detto: che il Partito non aspirava al potere per i suoi fini egoistici, ma per il bene comune, che vi aspirava perché la massa era formata da uomini deboli e pavidi, incapaci di reggere la libertà o la verità, che quindi dovevano essere governati e ingannati in maniera sistematica da individui più forti; che il Partito era incessantemente dedito alla protezione dei più deboli, un gruppo di persone consacrato a tale scopo, che compiva il male affinché il bene trionfasse, sacrificando la felicità propria a quella degli altri. La cosa terribile, pensò Winston, era che O’Brien sarebbe stato sincero nel dire tutto ciò, glielo si poteva leggere in faccia. O’Brien sapeva tutto. Sapeva mille volte meglio di Winston in quali condizioni versasse davvero il mondo, a quali livelli di degradazione vivessero le masse e a quali menzogne ed efferatezze ricorresse il Partito per mantenerle in questo stato. Il fine ultimo giustificava tutto. “Voi governate su di noi per il nostro bene” disse. “Avete la convinzione che gli esseri umani non sappiano governarsi da soli, quindi…” Diede un balzo e quasi emise un grido. Uno spasmo doloroso gli aveva attraversato il corpo. O’Brien aveva spinto la leva del quadrante fino a 35. “Hai detto una cosa stupida, Winston, stupida!” “Risponderò io stesso alla mia domanda. La risposta è: il Partito ricerca il potere in quanto tale. Il bene altrui non ci interessa, è solo il potere che ci sta a cuore. Vogliamo il potere allo stato puro. Presto capirai che cosa intendiamo per potere allo stato puro. I nazisti in Germania e i comunisti in Russia usarono metodi molto simili ai nostri, ma non ebbero mai il coraggio di ammettere apertamente da quali fini erano spinti. Noi non siamo così, noi sappiamo che nessuno si impadronisce del potere con l’intenzione di cederlo successivamente. Il potere è un fine, non un mezzo. Non si instaura una dittatura al fine di salvaguardare una rivoluzione: si fa la rivoluzione proprio per instaurare una dittatura. Devi innanzitutto imparare che il potere è collettivo. L’individuo ha potere fintanto che cessa di essere un individuo. La seconda cosa che devi capire è che il potere è il potere sugli esseri umani: sul corpo, ma soprattutto sulla mente. Il potere sulla materia non è importante. E comunque, il controllo che abbiamo sulla materia è già assoluto. Noi controlliamo la materia, perché controlliamo la mente. La realtà si trova nella scatola cranica”.
“Winston”, riprese O’Brien, “come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?” Winston riflettè. “Facendolo soffrire” rispose. “Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo ad essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere significa infliggere dolore ed umiliazione, ridurre la mente altrui in pezzi. Cominci ad intravedere, adesso, il mondo che stiamo costruendo? E’ esattamente l’opposto di quelle stupide teorie edonistiche immaginate dai riformatori del passato. Un mondo fatto di paura e tradimento, di tormento, un mondo in cui si calpesta e si viene calpestati, un mondo che nel perfezionarsi diventerà sempre più spietato. Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una sofferenza più grande. Le antiche civiltà sostenevano di essere fondate sull’amore o sulla giustizia, la nostra è fondata sull’odio. Gli uomini possono essere manipolati in tutti i modi. O forse sei tornato alla tua vecchia idea secondo cui i proletari o gli schiavi si solleveranno e ci rovesceranno? Toglitelo dalla testa”.
“Non importa, alla fine vi sconfiggeranno.” proruppe Winston “Prima o poi vi vedranno per quello che siete e vi ridurranno in pezzi”. “Vedi qualche segno che una cosa del genere si stia verificando? O una qualche ragione per cui ciò dovrebbe accadere?”
“No, ma io ne sono convinto. Io so che fallirete”. O’Brien continuò: “Cos’è questo principio che ci sconfiggerà?” “Non lo so. Lo spirito dell’Uomo”. “E tu ti consideri un uomo, Winston?” “Sì”.
“Alzati da quel tavolaccio, puoi guardarti allo specchio”. “Tu sei l’ultimo uomo” disse O’Brien “il difensore dello spirito umano. Adesso vedrai quel che sei veramente. Spogliati”. Guardandosi allo specchio, Winston ebbe un moto di spavento. Era ridotto ad uno scheletro, un essere curvo con il corpo interamente ricoperto di una vecchia grigia crosta di sporcizia. Qua e là, al di sotto dello strato di sudiciume, si intravedevano le rosse cicatrici delle ferite.
“Guarda come sei ridotto!” disse O’Brien. “Guarda il sudiciume che ti ricopre il corpo! Ti stai putrefacendo, stai cadendo a pezzi. Che cosa sei? Un sacco di lerciume. La vedi quella cosa che ti guarda? Quello è l’ultimo uomo. Se tu sei un essere umano, ecco l’umanità. E adesso rivestiti”.
“Sei stato tu!” singhiozzò Winston. “Mi hai ridotto tu in questo stato”. “No, Winston, ti sei ridotto tu stesso in questo modo. Nel momento in cui ti sei messo contro il Partito”. “Dimmi” gli chiese Winston “quando mi faranno fuori?” “Forse passerà molto tempo” rispose O’Brien. “Tu sei un caso difficile. Ma non disperiamo. Prima o poi tutti guariscono. Alla fine ti uccideremo”.

[Dopo molti mesi di carcere].

Stava molto meglio. Ogni giorno che passava, ammesso che si potesse parlare di giorni, metteva su peso e recuperava energie. Lo avevano ripulito e gli consentivano di lavarsi spesso. Il cibo era ottimo e abbondante. Egli aveva colto il carattere futile e superficiale del suo tentativo di mettersi contro il potere del Partito. Adesso sapeva che la Psicopolizia lo aveva osservato per sette anni, come un coleottero sotto la lente di ingrandimento. Non poteva più lottare contro il Partito. E poi il Partito era nel giusto: come poteva sbagliarsi la sua mente collettiva e immortale? Accettava tutto. Il passato era alterabile, il passato non era mai stato alterato. L’Oceania era in guerra con l’Estasia, l’Oceania era sempre stata in guerra con l’Estasia. Non aveva mai visto la fotografia di Jones, Aaronson e Rutherford che li scagionava, non era mai esistita, se l’era inventata lui, frutto di autoinganno. Com’era facile! Bastava arrendersi e tutto veniva da sé. La mente dovrebbe produrre un buco ogni qualvolta vi si affacci un pensiero pericoloso. Un simile processo dovrebbe essere automatico, istintivo. In neolingua lo chiamavano stopreato. Cominciò a fare esercitazioni di stopreato. Si raffigurava proposizioni del tipo: “Il Partito dice che la terra è piatta”.
Durante tutto questo tempo una parte della sua mente era occupata dalla domanda: “Quando mi uccideranno? O’Brien aveva detto: “Dipende tutto da te”. Potevano volerci dieci minuti o dieci anni. L’unica cosa certa era che la morte giungeva sempre inattesa. La tradizione (non espressa verbalmente, ma era cosa nota, anche se nessuno ne parlava) voleva che sparassero alle spalle: un colpo alla nuca senza alcun preavviso, mentre si percorreva un corridoio per essere trasferiti da una cella all’altra.
Winston obbediva al Partito, ma lo odiava ancora. In passato aveva occultato la mente eretica sotto una coltre di conformismo. Adesso aveva compiuto un passo indietro: aveva ceduto con la mente, ma conservando la speranza di mantenere inviolata la profondità del cuore.
Fuori nel corridoio si udì un pesante calpestio di stivali, poi la porta di acciaio si aprì con uno schianto. O’Brien entrò nella cella. Alle sue spalle, l’ufficiale con la faccia di cera e le guardie in uniforme nera. “Alzati” disse O’Brien. “Avvicinati”. “Stai migliorando” disse “Per quanto riguarda gli aspetti razionali del tuo caso sono rimaste poche mende. E’ solo dal punto di vista emotivo che non sei riuscito a fare progressi. Dimmi, Winston – e niente bugie, ricordati, lo sai che sono sempre capace di scoprire una bugia – che cosa provi veramente per il Grande Fratello?” “Lo odio”. “Lo odii. Bene. E’ arrivato il momento, per te, di compiere l’ultimo passo. Tu devi amare il Grande Fratello. Obbedirgli non basta, lo devi amare”. Lo spinse leggermente verso le guardie. “Stanza 101” disse.
Giunti nella stanza 101 lo legarono ad una sedia. “Una volta mi hai chiesto” disse O’Brien “cosa c’era nella stanza 101, e io ho risposto che lo sapevi già. Tutti lo sanno. Nella stanza 101 c’è la cosa peggiore del mondo”. La porta della stanza si aprì per lasciare passare una guardia che portava un cestino fatto di filo di ferro. “La peggiore cosa del mondo”, disse O’Brien, “varia da persona a persona. Per alcuni è l’essere sepolti vivi, per altri morire bruciati, per altri morire annegati, per altri ancora essere impalati, o mille altri tipi di morte. In certi casi si tratta di cose assolutamente banali, che in sé non hanno nulla di letale. Nel tuo caso, la peggiore cosa al mondo sono i topi”.
Non appena aveva scorto la gabbia, Winston era stato trafitto da una sorta di tremito premonitore, da una paura imprecisata, ma adesso capì, con un tuffo al cuore, che cosa voleva dire quella protuberanza a forma di maschera, e gli parve che le viscere gli si liquefacessero nel ventre. “Non potete farlo” urlò con voce rotta. “Non lo potete fare, è impossibile!” “O’Brien” disse Winston “tu sai che tutto questo non è necessario. Che cosa vuoi che io faccia?” “Da sola” disse O’Brien “la sofferenza non è sufficiente. Vi sono circostanze in cui un essere umano è capace di tenere testa al dolore, fino alla morte. Per tutti, però, esiste qualcosa di intollerabile, qualcosa a cui non si vuole neanche pensare, qualcosa che esercita su di te una pressione che non riusciresti a reggere neanche se lo volessi. Quanto al resto, farai quello che si vuole da te”. “Ma che cos’è? Di che cosa si tratta? Come posso farlo se non so di che si tratta?”
“Pur essendo un roditore” disse O’Brien “il topo è un animale carnivoro. Tu questo lo sai. Avrai sentito parlare di quello che accade nei quartieri poveri della città. Ci sono strade in cui una donna non osa lasciare solo in casa il proprio piccolo per neanche cinque minuti. I topi lo assalirebbero sicuramente in brevissimo tempo e lo spolperebbero fino alle ossa”. Dalla gabbia si sentì un nutrito squittio. O’Brien sollevò la gabbia che adesso si trovava a meno di un metro dalla faccia di Winston. “Ho abbassato la prima leva” disse O’Brien. “Hai certamente capito com’è fatta la gabbia. La maschera ti verrà adattata sulla testa, senza lasciarti scampo. Quando abbasserò la seconda leva, la porta della gabbia si solleverà e questi mostri affamati ne schizzeranno fuori come proiettili. Hai mai visto il balzo di un topo? Ti salteranno in faccia e ci affonderanno subito i denti. A volte attaccano per prima cosa gli occhi, altre volte si scavano una strada attraverso le guance e divorano la lingua”. La gabbia era vicina, sempre più vicina. All’improvviso sentì nelle narici l’odore nauseante, ammuffito, di quelle bestiacce. Per un istante si trasformò in un animale impazzito ed urlante. Esisteva un solo modo per salvarsi: doveva frapporre un altro essere umano, il corpo di un altro essere umano, fra sé e i topi. Di nuovo fu assalito dal panico più totale. Era cieco, inerme, folle. Ed eccolo allora gridare come un forsennato. “Fatelo a Julia! Fatelo a Julia! A Julia, non a me!” Nel buio che lo avvolgeva udì un altro scatto metallico e capì che la porta della gabbia non era stata aperta ma chiusa. […]
Tutto gli era stato perdonato, e la sua anima aveva la purezza della neve. Si trovava al banco degli imputati, a confessare tutto, a coinvolgere tutti. Seguito da una guardia armata, camminava lungo il corridoio piastrellato di bianco, ma aveva l’impressione di camminare nella luce del giorno. Il proiettile tanto atteso gli si stava finalmente piantando nel cervello.
Alzò lo sguardo verso quel volto enorme. Ci aveva messo quarant’anni per capire quel sorriso. Che crudele, vana inettitudine! Due lacrime maleodoranti di gin gli sgocciolarono ai lati del naso. Ma tutto era a posto adesso, tutto era a posto, la lotta era finita. Era riuscito a trionfare su se stesso. Ora amava il Grande Fratello”. FINE

(tratto da: George Orwell, “1984”, Mondadori, Milano, 2003, 1a ed. 1949, pp.322).


La legge italiana sulla privacy, una delle più compendiose mai approvate, è un denso fumo negli occhi, dal malcelato proposito di tutelare le quisquilie di una privacy oramai in stato avanzato di decomposizione.
La quasi totalità della popolazione mondiale ignora di essere spiata, controllata, manipolata. La nostra vita è sempre più nel mirino delle telecamere: nei centri commerciali, nelle banche, negli uffici pubblici, nei negozi, negli autogrill, per la strada. I nostri movimenti sorvegliati, tutte le comunicazioni telefoniche ascoltate, i fax, le e-mail, il conto in banca, persino i file del nostro computer sono setacciati – da vent’anni a questa parte – dal grande orecchio telematico chiamato Echelon.
Echelon è un sistema d’intercetta-zione delle telecomunicazioni mondiali con sedi negli Stati Uniti ed in Inghilterra; 14 ettari di computer sotterranei che controllano tutto ciò che si fa e si dice nel mondo. Chi pronuncia al telefono, o scrive in un fax o in una e-mail una delle centinaia di parole chiave (es. Presidente, bomba, attentato, Islam, rivoluzione, eversione, ecc…) è immediatamente segnalato da Echelon ai sistemi di intelligence e la sua vita è spogliata e vivisezionata al microscopio (lavoro, conto in banca, abitudini di vita, amicizie, hobbies e quant’altro).
Come se tutto questo non bastasse, il dispotismo “illuminato” dell’elite che governa il pianeta ha mandato in orbita centinaia di satelliti-spia che osservano ogni movimento degli uomini sul pianeta con una precisione tale da riuscire a fotografare ad altissima risoluzione anche un francobollo posato per terra.
Siamo noi allora gli insetti sotto la lente d’ingrandimento del potere, spiati quotidianamente da molteplici “teleschermi” orwelliani e sottoposti a controllo sociale attraverso il condizionamento del pensiero.
Nell’era del trionfo dell’informazione, l’uomo della strada non è mai stato così ignorante e confuso (“l’ignoranza è forza”); l’appiattimento linguistico, dovuto alla contrazione della quantità di vocaboli utilizzati per formulare un pensiero, così pronunciato (la neolingua); la tendenza a ridurre a zero lo spazio espressivo della coscienza, stritolata dalla morsa del conformismo sociale, così preoccupante (“stopreato”).

Per dare scacco matto al Grande Fratello

– Ridimensionare lo spazio fisico e mentale che ciascuno concede all’universo teleschermo.

– Conquistare ogni giorno nuovi spazi alle praterie d’ignoranza personale e sociale. Leggere libri con costanza, innamorarsi della lettura, arricchire il proprio vocabolario.

– Ridurre la soglia di credulità individuale esercitandosi, in ogni circostanza, a pensare con la propria testa per sviluppare il senso critico. Non seguire il gregge, perché quasi sempre è nell’errore.

– Non abboccare ai “Due minuti d’odio” propinati periodicamente dai telegiornali, dove, ad esempio, Bin Laden figura nel ruolo di Emmanuel Goldstein e Al Queda in quello della Confraternita orwelliana.

– Avere consapevolezza che più tecnologia si adopera, più si è controllabili. *

a cura di Matteo Della Torre

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