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Ernesto Balducci
Ernesto Balducci
a cura di Matteo Della Torre
Ci sono autori ispirati capaci di influenzare nel profondo la vita interiore del lettore, di sollecitare le corde più intime dell’animo umano, dischiudendo orizzonti inediti, in una sorta di epifania del sublime. Nel tourbillon del vaniloquio che caratterizza la grande “lesione cerebrale” della comunicazione globalizzata, è arduo ascoltare parole sapide di senso, che comunicano all’uomo della modernità, disorientato ed insoddisfatto da overdosi di effimero, segmenti d’Assoluto. Un autore che mi ha particolarmente impressionato per le sue lungimiranti idee planetarie alle quali attribuire dignità antropo-genetica in senso evolutivo, dissentendo dagli schemi sclerotizzati dell’ortodossia teocratica del pensiero cattolico, è Padre Ernesto Balducci, una delle menti illuminate dell’Italia del secolo scorso, “un prete meno pretesco che si possa mai incontrare” (come lo definì Sergio Zavoli), la cui più profonda aspirazione era di non essere altrimenti che “un uomo” fra gli uomini. Un uomo – come amava definirsi – “planetario, che è anche uomo ‘post-cristiano’, nel senso che non si adattano a lui determinazioni che lo separino dalla comune degli uomini”. Un articolo di alto profilo dell’intellettuale toscano, apparso su un periodico nel 1992, affronta il tema del silenzio, luogo privilegiato in cui il Dio nascosto parla al cuore dell’uomo. Eccone uno stralcio dal testo originale.
«Vi è mai capitato quel momento di grazia in cui, stando nel profondo silenzio, si avverte una specie di sinfonia o di coro dalle innumerevoli voci? Il silenzio non è sempre, come sembra, una assenza di eloquio, potrebbe anche essere un modo di accogliere, tramite le vibrazioni della nostra struttura umana le voci dell’infinito cosmo. ‘Vogliamo un tuo discorso’, dissero un giorno a Buddha i suoi discepoli. Buddha prese un fiore e si alzò tenendolo in mano in silenzio. Fu quello il famoso ‘sermone dei fiori’ da cui trasse origine il buddhismo zen, questa grande scuola del silenzio, che prima o poi, in una forma o in un’altra, l’uomo occidentale dovrà decidersi a frequentare.
La parola che illumina nasce dal silenzio come il fulmine nasce dalla nube. Il senso della parola infatti non è di trasmettere, è di comunicare, e cioè di rilevare ciò che sta oltre la parola. Le parole occultano o svelano, trasmettono comandi o comunicano amore. Esse hanno una storia in cui si riflette l’ambivalenza dell’uomo governato da due pulsioni, quella dell’aggressività e quella della comunione.
“In principio era il logos, la parola”, sta scritto. Ma si potrebbe dire altrettanto bene che in principio era il sighé, il silenzio, che è l’altro nome di Dio. Ma anche parlando dell’uomo si può dire che in lui il principio è, insieme, la parola e il silenzio. “Noi siamo doppi a noi stessi”, scriveva Montaigne, nel senso che noi portiamo in noi stessi una doppia identità; siamo, come io amo dire, editi ed inediti. L’uomo inedito è l’uomo come insieme di possibilità in attesa di adempimento, di trasformarsi cioè in realtà, diventando così dicibili a tutti. Perché come Dio è un Deus abscunditus, così anche l’uomo è a se stesso abscunditus. Nascosto, ma non del tutto, perché, come dice etimologicamente la parola coscienza (con-scientia), c’è una presenza dell’io a se stesso che ha l’unico limite di non potersi esprimere con parole, ma appunto perché le parole sono gli strumenti forgiati dall’uomo edito. L’uomo edito è quello che si ritaglia nella cultura in cui si è svolta la sua formazione, che è sempre una cultura governata dalle esigenze del gruppo di appartenenza. L’uomo inedito predilige il silenzio e, anche quando parla, le sue parole si caricano dell’ispirazione alla totalità, come dire a un mondo che non è quello della cultura espressa dai vocabolari, è la vera patria dell’essere. Diceva ancora Montaigne che per quanto l’uomo perlustri il suo perimetro “non si dà comunicazione all’essere”. Se mi chiedi chi è Dio, diceva Agostino, non lo so, ma se non me lo chiedi, lo so. Restare fedeli a questo versante inedito della nostra realtà umana vuol dire, poi, saper entrare nella conversazione degli uomini senza alterigia, con umiltà, accettandone le regole, ma restando in qualche modo estranei, capaci, proprio per questo, di svegliare negli altri le segrete affinità elettive e cioè la dimensione inedita che resta repressa e soffocata nella chiassosa convivenza della piazza.
La parola veramente comunicativa fiorisce ai confini dell’uomo nascosto. Solo chi ha orecchi da intendere intende e ha orecchi da intendere chi a sua volta abita nel silenzio. Nel silenzio fioriscono le immagini in cui si riflettono le nostre possibilità che non hanno né possono avere cittadinanza nella città comune, la cui legge più severa è la discriminazione tra il possibile e l’impossibile. I sogni ad occhi aperti, quelli che nascono dal silenzio in cui lo spirito si concentra al massimo in se stesso, sono le traduzioni immaginative delle possibilità che fervono in noi in attesa del loro tempo.
Ma anche Dio è, a sua volta, edito ed inedito, conosciuto e sconosciuto. Nessun nome è più funesto di quello di Dio quando diventa dio edito, il dio del gruppo, della città, emblema e garanzia di ogni potere. L’uomo inedito lo sa e non ama nominarlo. Il vero Dio è un Deus abscunditus, l’estremo corrispettivo dell’homo abscunditus. La preghiera è, nella sua intima essenza, una silenziosa corrispondenza tra l’uomo sconosciuto e il Dio sconosciuto. Non si parla di Dio, dunque, si parla a Dio, e parlando di lui le parole sono di inciampo. Nominare significa possedere, e un Dio posseduto è un idolo fatto a immagine e somiglianza dell’uomo. Il limite dell’ateo è di essere a suo modo del tutto conforme alle misure dell’uomo edito, il corrispettivo dialettico del bigotto o del clericale che fanno di Dio un punto di sostegno delle loro sicurezze pubbliche e delle loro aspettative maturate sulle pulsioni della società in cui si sono integrati. La religione è loquace e scrive il nome di Dio sui muri, la fede silenziosa lo cancella: la verità di Dio è nel momento in cui il suo nome si cancella. La preghiera è il respiro dell’uomo nascosto che si protende verso Colui che è nascosto: l’incontro, se c’è, non è dicibile. Dio non si dimostra, Dio si mostra e si mostra a chi, rinunciando a quella sottile forma di potere che è la parola, si mostra a sua volta».


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