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Johan Galtung conferenza
Johan Galtung conferenza

Johan Galtung

Si parla molto di boicottare i prodotti Usa in tutto il mondo, e, specialmente in Germania e in Francia, si ha l’impressione che la gente sia molto meno incline ad acquistare prodotti Usa dopo l’invasione illegale dell’Iraq.

Puo’ essere interessante osservare che non si parla di boicottare prodotti inglesi o britannici, ma se ne parla invece spesso a proposito di Israele.

Lo sfondo a cui si può fare riferimento è costituito dall’azione coronata da successo contro il regime di apartheid nella Repubblica sudafricana, contro la Shell tedesca nel Mare del Nord, e contro gli esperimenti nucleari francesi in Polinesia; tutti episodi che hanno fatto parte dello scenario politico degli anni Novanta. C’e’ tutto lo spazio che si vuole per una reviviscenza di queste iniziative.

Ci sono molte dimensioni e fattori di cui bisogna tener conto; ne daro’ qui qualche esempio.

Un boicottaggio completo dovrebbe coprire tutti i beni di consumo di produzione Usa, dai film al complesso Coca Cola – Mc Donald all’automobile e ai combustibili; i beni capitali di ogni genere, e in particolare gli strumenti e le attrezzature militari, i beni finanziari come i dollari, usando l’euro, lo yen ecc. per indicare i prezzi, per i contratti, per il turismo, evitando anche di servirsi delle società di carte di credito americane, e sbarazzandosi delle obbligazioni e delle azioni Usa, chiedendo che i governi non le acquistino e che le imprese si dissocino dalle ditte Usa, a cominciare dalle societa’ piu’ reprensibili da questo punto di vista.

Un boicottaggio parziale dovrebbe concentrarsi su qualunque assortimento o sottogruppo delle voci sopra indicate.

Il boicottaggio dovrebbe prendere di mira tutte le società statunitensi nell’ambito di tutti o di alcuni settori, o un sottogruppo, presumibilmente il peggiore. La lista dovrebbe essere pubblicata e le condizioni per essere esclusi dalla lista dovrebbero essere chiaramente enunciate e notificate.

Il “boycott” potrebbe essere o non essere accompagnato da un acquisto selettivo dei prodotti di societa’ statunitensi che esibiscono un “record” positivo sulla base dei criteri usati (come, ad esempio, l’assenza di contratti con le istituzioni militari), o anche solo meno negativo delle altre. Il “girlcott” (e cioe’ l’acquisto preferenziale) di prodotti di societa’ che abbiano la loro sede principale in altri paesi potrebbe anche corrispondere allo scopo; anche se, probabilmente, la domanda in questione non avrebbe un carattere altrettanto imperativo.

Lo scopo del boicottaggio potrebbe essere quello di colpire l’impero statunitense in quanto tale, nei suoi ammazzamenti coordinati in tutto il mondo; con la sua creazione di squilibri immani fra la miseria di grandi masse e la ricchezza oscena di altri; con la manipolazione politica e il ricatto militare in luogo di una partecipazione paritetica alla politica internazionale, e con la pretesa di “essere i soli a conoscere le risposte” invece del dialogo con le altre nazioni. O lo scopo potrebbe essere piu’ limitato, come quello rappresentato dal ritiro delle truppe americane dall’Iraq. Nell’un caso come nell’altro le condizioni per la cancellazione del boicottaggio dovrebbero essere chiaramente enunciate.

Il meccanismo che potrebbe tradurre il boicottaggio in un mutamento di politica (da parte del governo americano) sarebbe il dilemma in cui verrebbero a trovarsi i “decision-makers” delle grandi societa’ (come i membri dei consigli di amministrazione o i dirigenti operativi) fra la loro lealta’ al geofascismo di Washington e i profitti delle loro societa’, che potrebbero ridursi rapidamente nelle condizioni determinate dal boicottaggio. Il profitto medio di una “corporation” americana si aggira intorno al 6%, cio’ che significa che anche una partecipazione relativamente modesta potrebbe avere un impatto molto sensibile. Anche un declino del 3% delle vendite di ogni singola impresa farebbe, con ogni probabilita’, entrare in azione questo dilemma; per cui si puo’ concludere che un boicottaggio economico di questo genere e’ fattibile, e perfino, oserei dire, relativamente facile da organizzare. E chiunque vi puo’ partecipare.

Oltre a questo effetto squisitamente economico bisogna tener conto di un altro e forse piu’ importante meccanismo. Non il declino nelle vendite delle singole imprese, o anche nei grandi indicatori macroeconomici; ma il boicottaggio come espressione di un sentimento morale, il cui messaggio è questo: “Sei sulla strada sbagliata, amico mio, e noi non ti daremo piu’ il sostegno morale che sarebbe implicito nell’acquisto dei tuoi beni o dei tuoi servizi. Quando ti incamminerai su una strada migliore, tutto questo cambiera’ come per incanto. Mettiamoci a sedere intorno a un tavolo e cominciamo a discutere”.

In altre parole, il potere risiede dalla parte dei consumatori. I fattori di produzione sono tutti nelle mani di quelli che possiedono il capitale; che si tratti delle risorse naturali, del lavoro umano, del capitale stesso, della tecnologia o delle capacità di gestione. Tutti questi fattori scorrono, affluiscono e si ritirano, secondo le leggi della domanda e dell’offerta. Anche la manodopera ha scarse possibilità di scelta, dal momento che la tecnologia può essere adoperata come un sostituto. Ma non c’è sostituto possibile per gli acquirenti dotati di volontà propria.

Sapendo benissimo tutto questo, va da sé che il sistema americano procederà a difendersi, e le contromisure più probabili contro un eventuale boicottaggio includono:

– le pressioni sui governi di altri paesi perché mettano fuori legge il boicottaggio; una misura molto problematica perché la libertà di mercato e’ una componente essenziale dell’ideologia neoliberale;

– che le società danneggiate chiedano un compenso a Washington; misura

altrettanto problematica dati i deficit già presenti nell’economia Usa e nel bilancio federale;

– ridurre le spese licenziando un maggior numero di operai; misura, a sua volta, problematica perché a questa opzione si è già fatto ricorso per accrescere i profitti e le proteste collettive determinate da questo fattore si stanno estendendo fin d’ora molto rapidamente;

– il boicottaggio statunitense dei prodotti di paesi che partecipano al boicottaggio; misura anch’essa problematica data la dipendenza dei consumatori Usa da prodotti stranieri (come per esempio quelli cinesi) e che potrebbe avere l’effetto di stimolare gli acquisti dei prodotti dei paesi boicottati dagli Usa.

Ciò che è chiaro, tuttavia, è che i governi non possono, dato il potere militare schiacciante degli Stati Uniti, fare uso dell’arma economica che potrebbe essere a loro disposizione, e cioè di sanzioni di carattere economico. Essi potrebbero essere bombardati, e i loro indirizzi sono relativamente chiari, in contrasto con la dispersione dei “clienti” che passano da stazioni di benzina americane o britanniche a quelle di altri paesi.

Il boicottaggio economico ha svolto un ruolo importantissimo nella strategia di lotta contro l’impero britannico promossa e attuata da Gandhi; e qualsiasi forma di boicottaggio dovrebbe ispirarsi ai principi della nonviolenza gandhiana.

Lo scopo che ci si propone è quello di ridurre e di eliminare la presa militare, economica, politica e culturale soffocante che gli Stati Uniti esercitano sul mondo, e non certo quello di uccidere bambini americani nell’atto di colpire l’economia americana. Un programma di aiuti di emergenza per tutti quelli che soffrono negli Stati Uniti per le conseguenze del boicottaggio dovrebbe essere preso in considerazione dai suoi organizzatori. Il bersaglio di questa azione è l’Impero americano, e non già la Repubblica americana.

Un altro scopo fondamentale è quello di sviluppare le nostre proprie capacità economiche e di non sottometterci alla “logica del mercato”, che è, per sua natura, così cieca nei confronti di effetti collaterali importanti come le iniziative di carattere locale, le reti di comunicazione e le culture locali, gli effetti esercitati sull’ambiente, ecc.

Per questa ragione è importante tenere aperti i canali di comunicazione e di dialogo, a condizione, naturalmente, che quei canali siano usati bene (e non per scopi altri). Le visite negli Stati Uniti dovrebbero essere incoraggiate, come pure i pubblici incontri, allo scopo di far conoscere (ai nostri interlocutori) le ferite che l’impero americano infligge al resto del mondo e di mostrare come gli Stati Uniti stessi sarebbero i primi a beneficiare della sua caduta.

Johan Galtung

Traduzione di Renato Solmi.

Fonte: www.transcend.org

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