Home»Articoli»Primo Piano»Haiti, la povertà non è una calamità della natura

Davanti ai resti del cimitero (Reuters)

Lisa Clark

Le immagini della catastrofe umana di Port-au-Prince sconvolgono. Ancora una volta la natura si accanisce contro chi è già nelle peggiori condizioni di vita. Ma sarebbe miope buonismo non cogliere l’occasione per sottolineare che la povertà di Haiti non è una calamità della natura. In gran parte, la devastazione che ha colpito la popolazione è frutto di azioni e politiche umane… o forse disumane.

Secondo gli studi più recenti il 75% degli haitiani vive con meno di 2 dollari al giorno, e di questi la metà con meno di 1 dollaro. Decenni, ormai, di politiche neoliberiste e di aggiustamenti strutturali hanno privato i governi locali del potere di investire nel proprio popolo, di promuovere emancipazione, di regolare l’economia, di favorire la partecipazione degli uomini e delle donne di Haiti al futuro del paese. Di realizzare il programma, realistico e minimale del Presidente: “Sollevare il mio popolo dalla miseria più abietta per portarlo almeno ad un povertà dignitosa”.

Dalla fine degli anni ’70, spietate politiche agricole improntate al dogmi neoliberisti che spianavano la strada agli interessi delle potenze economiche multinazionali hanno spopolato le campagne, costringendo numeri sempre crescenti di persone a migrare verso la città alla ricerca di qualche espediente per garantirsi la sopravvivenza. Non esistono purtroppo statistiche affidabili, ma sono centinaia di migliaia di residenti di Port-au-Prince che sopravvivono in baracche e strutture precarie, costruite su pendici rese franose dalla deforestazione. Non c’è niente di “accidentale” né di naturale nelle bidonville delle megalopoli che nascono negli Stati le cui economie tradizionali sono state divelte da inique politiche economiche internazionali.

Dal 2004 è la missione Onu che effettivamente governa. Si tratta di una missione costosa che è essenzialmente di pacificazione e militare. Ma, ogni volta che i funzionari civili della missione hanno chiesto agli Stati che li finanziano di stanziare fondi per progetti di riduzione della povertà, oppure per promuovere una riforma agraria o progetti di partecipazione della società civile, i Paesi donatori hanno sempre risposto che non ci sono i fondi. Un modello di aiuti internazionali malato: nemmeno questo è imputabile al caso o alla natura.

E’ sacrosanto fare tutto il possibile per aiutare i sopravvissuti del terremoto di Haiti. Nell’immediato, ciò significa squadre di soccorso, ospedali da campo, invio di viveri e materiali per fornire riparo. Ma se davvero vogliamo trasformare la nostra angoscia di fronte alla tragedia in proposta concreta, sarà bene che cominiciamo subito, da oggi, a riflettere sulle responsabilità di quella Comunità internazionale che oggi si mobilita a inviare aiuti di emergenza. Sono responsabilità anche nostre.

Lisa Clark

Fonte: www.unimondo.org

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