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«Le case sbriciolate come biscotti»

Haiti bambini
Haiti bambini

Micol Picasso (coordinatrice Cesvi emergenza Haiti)

PORT-AU-PRINCE – Il contrasto con Santo Domingo: finisce la strada asfaltata a e comincia la polvere. Alla frontiera molte persone in uscita ma la confusione è modesta, qualcuno si offre di svolgere le formalità al posto mio, ma tutto si svolge abbastanza ordinatamente, possiamo farcela. Finalmente la nostra macchina arriva. Il viaggio è lungo ma fino alle porte di Port-au-Prince non si notano danni ed è sconvolgente la forza della vita che continua giornalmente, anche se le persone a pochi chilometri da te non ci sono più. Finalmente raggiungiamo Port-au-Prince e lambiamo solo di lontano le zone più colpite: dobbiamo innanzitutto trovare un posto dove dormire e dove mettere le nostre cose. Il secondo giro lo facciamo nel pomeriggio tardi, dopo aver salutato alcune persone conosciute in passato, avere chiesto se tutto era ok, avere visto la fatica di giorni di lavoro ingestibili. Le arterie principali sono piene di gente, ma questo è normale, in capitale; ci sono banchetti dove si vende cibo e bevande, la vita riprende pure qui.

Ma appena svoltiamo, la catastrofe si fa sentire e vedere. Anche se non raggiungiamo l’aeroporto (la zona più colpita). Sentire: la gente cammina con il fazzoletto o la mascherina sulla bocca e naso; c’è confusione, claxon, urla, qualcuno chiama e monta sul cassone del pick-up. Vedere: la piattaforma del tetto a volte frana intera sui piani inferiori che i sono sbriciolati come biscotti, oppure si spezza a metà. Si capisce subito che la gente lì sotto non ha avuto scampo. Alcuni cadaveri, lasciati a bruciare o semplicemente abbandonati in mezzo alla strada, e la rigidità di certe pose rimangono impresse nella testa. Port-au-Prince (e Haiti tutta) è solo montagna.

Ti accorgi che non sai distinguere dalla frana di roccia a quella dei detriti delle case, si aprono voragini e i tetti sprofondano in quelle che prima erano fondamenta. Le case di Port-au-Prince sono tutte in cemento: nessun haitiano ammetterebbe di non avere mezzi per costruirsi una casa in cemento; si fa per questo economia sul materiale; si costruisce senza criterio ammassando piani l’uno sopra l’altro senza calcoli, affiancando gli edifici grigi e non intonacati come in uno strettissimo alveare, come in una bidonville. Sono cadute poi a domino, quelle che stavano sopra su quelle che stavano sotto, e poi le macerie di quelle ancora sopra… Dove si porteranno tutti questi detriti? Abbiamo raggiunto poi Place de la Paix, che è la piazza sede dei ministeri e del palazzo presidenziali, che sono crollati.

La piazza è coperta di gente seduta, sdraiata per terra, confusa tra i rifiuti; le coperte e qualche masso segnano la distinzione tra un gruppo familiare e un altro, ricordo di un rifugio che non c’è più. Non saprei distinguere se la massa dei rifiuti è dovuta ai cassonetti sfondati dal terremoto o dalla semplice presenza delle persone laggiù. Saranno qualche migliaio in una sola piazza, insieme senza una latrina, una tenda, una distribuzione di viveri. Non bisogna essere esperti per capire che l’epidemia sta per scoppiare. E se nelle piazze più grandi non si riesce a distinguere il cemento della superficie occupato dalla gente in attesa, ogni angolo di Port-au-Prince, ogni spiazzo dove c’è un giardino è diventato un punto di raccolta per le famiglie sfollate. Fuori dai cortili comuni sono appesi cartelli: «Help, aide, aiudas» oppure «We need food inside» o «There are people inside». E sulla strada la fiumana di gente non sa dove andare, cerca un posto dove passare la notte, ma non troppo lontano dalla propria casa. Oppure semplicemente è la vita che ritorna.

Cesvi è presente ad Haiti con un progetto di sicurezza alimentare e si sta attivando con un intervento di emergenza nell’ambito del network Agire.

Micol Picasso (coordinatrice Cesvi emergenza Haiti)

Fonte: www.agire.it


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