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Sete in Etiopia
Sete in Etiopia

Matteo Della Torre

L’acqua, come l’aria che respiriamo, è fonte della vita ed è un dono prezioso di Dio, un elemento essenziale per la sopravvivenza del pianeta, perché nulla vive senz’acqua. Essa è una risorsa importantissima dalla disponibilità limitata ed in via di esaurimento, a causa del sovrasfruttamento idrico e delle contaminazioni agrochimiche ed industriali.

La Terra per tre quarti è coperta d’acqua, ne contiene 1 miliardo e 400 milioni di km3, di cui solo l’1% è costituito da acqua dolce disponibile. Lo spreco idrico, dovuto allo stile di vita iperconsumista dei paesi ricchi, e il suo degrado qualitativo, dovuto ai livelli elevati di inquinamento (pesticidi, prodotti chimici e metalli tossici), stanno riducendo le riserve di acqua dolce a meno dello 0,08%.

E’ allarmante la previsione di crescita del 41% della popolazione mondiale nei prossimi cinquant’anni, a fronte di una diminuzione del 40 per cento della disponibilità globale d’acqua dolce.

I climatologi asseriscono che il riscaldamento del pianeta, dovuto all’effetto serra, alla deforestazione e ai dissesti idrogeologici del suolo e all’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche, negli anni, sta provocando l’attuale cambiamento climatico planetario.

L’effetto serra sta determinando lo squilibrio dell’ecosfera, l’alterazione del ciclo idrologico, le migrazioni di popolazioni povere, la modificazione degli habitat naturali e la riduzione della biodiversità. In alcune aree del pianeta aumentano la frequenza e l’intensità degli uragani, dei cicloni e delle alluvioni, mentre altre zone sono interessate da processi di desertificazione e lunghi periodi di grave siccità.

La tutela della risorsa acqua rappresenta, dunque, la sfida più importante che l’umanità dovrà affrontare nel terzo millennio.

Gli sprechi dei paesi ricchi

L’acqua rende gli uomini interdipendenti. Non c’è consumatore che, attraverso il ciclo dell’acqua, non sia complessivamente in correlazione con l’intera umanità. Sprechi ed inquinamenti si riflettono in squilibri nel consumo di questa preziosa risorsa e si ripercuotono nell’ineguale disponibilità pro capite d’acqua tra paesi ricchi e paesi poveri.

La sete dei poveri del mondo

Il problema della scarsità d’acqua è una delle più gravi emergenze del pianeta. Oggi, 1 miliardo e 500 milioni di persone, il 30% della popolazione mondiale, non ha accesso all’acqua potabile, il 40% non ha fogne e servizi igienici. Altri 2 miliardi non dispongono d’acqua a sufficienza per una vita normale.

L’accesso all’acqua e ai servizi igienici permetterebbe ogni anno di evitare nel mondo la morte di 3,4 milioni di persone per malattie idrosanitarie causate dall’uso di

acqua contaminata: colera, tifo, epatite, dissenteria, gastroenterite ed altre malattie.

La domanda mondiale d’acqua entro il 2020 sarà raddoppiata e si stima che 3,4 miliardi di persone potrebbero dover affrontare una grave crisi dovuta all’impoverimento idrico.

L’acqua è scarsa in Arabia Saudita, Israele, Palestina, India, Bolivia, Messico, Algeria, Egitto, Kenya, Yemen, Ghana, Libia, Siria, Corea del Sud, Madagascar, Iran, Somalia, Mauritania e Pakistan.

Grandi fiumi come il Nilo, il Gange, il Colorado, ecc, stanno progressivamente riducendo la loro portata d’acqua. Il Rio delle Amazzoni, ad esempio, dieci anni fa in alcuni punti era largo 1300 metri e profondo quindici, oggi gli stessi punti sono larghi 20 metri e profondi 50 centimetri.

Acqua, bene comune dell’umanità

L’acqua per bere, lavarsi e cucinare soddisfa un bisogno primario ed è per sua natura un bene comune dell’umanità, un diritto umano fondamentale ed inalienabile, quindi non è un prodotto mercificabile dalla proprietà privata. La sua circolazione permanente la rende comunque inadatta all’idea di proprietà privata. La gestione e la tutela del bene acqua deve rimanere pubblica. Aria, acqua, educazione e salute sono beni e servizi primari per la vita dell’uomo e sono troppo importanti perché siano lasciati cadere in mani private.

La “petrolizzazione” dell’oro blu

La “petrolizzazione” dell’acqua determinerà, nel prossimo futuro, similmente a quanto è accaduto in passato e sta accadendo nel presente per il controllo strategico dei paesi del petrolio, un conflitto di dimensioni planetarie per il controllo e il possesso delle risorse idriche, dell’oro blu, che sarà sempre più causa di controversie internazionali e guerre tra le nazioni. E’ stato calcolato che oggi, nel mondo, sono in corso 640 conflitti gravi, di cui 37 armati, per il controllo dell’acqua, molti dei quali il potere e i mass media preferiscono presentare come conflitti etnico/religiosi. Molte nazioni sono dipendenti dall’acqua fornita da fiumi che scorrono in altre nazioni situate a monte. Israele sta depredando i palestinesi delle risorse idriche nel bacino del Giordano; Turchia, Siria, Iraq e Kurdistan si contendono il Tigri e l’Eufrate; Egitto, Sudan ed Etiopia competono per il Nilo; India e Pakistan per l’Indus; India e Bangladesh per il Gange; Ungheria e Cecoslovacchia per il Danubio; Stati Uniti e Messico per il Colorado. Le previsioni degli esperti affermano che il XXI secolo diverrà il secolo delle guerre per l’acqua.

Le multinazionali e l’acqua

L’Organizzazione Mondiale del Commercio, la Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale, attraverso la pressione esercitata sui paesi del Terzo Mondo dalle politiche di aggiustamento strutturale, stanno obbligando i governi di paesi storicamente poveri ed indebitati come Angola, Argentina, Benin, Bolivia, Cile, Guinea-Bisseau, Honduras, India, Messico, Nicaragua, Nigeria, Panama, Ruanda, Senegal, Tanzania e Yemen a privatizzare il loro sistema idrico e, a volte, anche i fiumi. Ciò ha significato una gravissima violazione dei diritti umani dei popoli poveri, perché una risorsa vitale come l’acqua è stata sottratta al controllo del popolo per metterla nelle avide mani di una decina di multinazionali, portatrici di interessi opposti a quelli della gente povera: Vivendi Environment (Francia), Suez Lyonnaise des Eaux (Francia), Enron (USA), Bechtel Corporation (USA), Danone (Francia), CocaCola e Pepsi (USA), RWE (Germania), ACEA (Italia), Monsanto (USA) Aguas de Barcelona (Spagna), Thames Water (Inghilterra) e Nestlé (Svizzera). Questo manipolo di corporation, attraverso la politica delle privatizzazioni, intende accaparrarsi il grande business dell’acqua che, secondo la stima della Banca Mondiale, ammonterebbe a mille miliardi di dollari all’anno.
La prima conseguenza di questo impadronimento dei privati di una risorsa pubblica è lo scandaloso aumento delle tariffe di fornitura idrica che ha generato nel dicembre 1999 una rivolta popolare a Cochacamba in Bolivia. Qui la gente è riuscita, dopo settimane di lotta e di scontri con la polizia boliviana, a ripristinare il controllo pubblico dell’acqua, la cui gestione era stata affidata in concessione dal governo alla corporation americana Bechtel.

Ridurre gli sprechi in agricoltura

Il 70 % dei prelievi d’acqua (dalle falde, dai fiumi e dai laghi) viene utilizzata per l’irrigazione in agricoltura (il 91% nei paesi poveri) ed è in questo settore che si verificano i maggiori sprechi, dovuti ai prelievi eccessivi rispetto alle capacità di rigenerazione delle falde acquifere. Il restante 22% dei consumi d’acqua è utilizzata dall’industria e l’8% per gli usi domestici. Anche in agricoltura occorre contenere la domanda d’acqua favorendo ed incentivandone l’uso parsimonioso e il riutilizzo.
Nei paesi poveri, per contrastare ed invertire il processo di crescente impoverimento delle popolazioni rurali, andrebbe incentivato l’utilizzo di colture indigene resistenti alla siccità ed accresciuta la quantità di sostanza organica dei suoli che, com’è noto, ha la capacità di trattenere l’acqua. Inoltre vanno potenziati sistemi di irrigazione più efficienti, ad esempio, impianti di irrigazione a goccia dal costo contenuto ed accessibile ai poveri, che distribuiscono limitate quantità d’acqua vicino alle radici della pianta, senza inutili sprechi. Sono da valorizzare le tecniche agricole tradizionali d’irrigazione pluviale, di piccole dimensioni, a bassa intensità di capitali, ed autogestite localmente con sistemi cooperativi, efficienti e rispettosi delle capacità di
reintegro della natura. Oltre all’uso di pozzi tradizionali (a traino animale o con pompe a pedale) – scavati con tecnologie appropriate, che limitano la capacità estrattiva e consentono la ricostruzione delle falde sotterranee – è, altresì, essenziale potenziare complessi progetti di raccolta e conservazione dell’acqua piovana (reti di vasche e cisterne di raccolta, ecc.), come anche il riutilizzo in agricoltura dell’acqua usata nelle abitazioni.
Necessario è anche operare un’inversione della politica distruttiva dei grandi progetti agricoli intensivi e delle monocolture irrigue ad altissimo consumo d’acqua, finalizzate all’esportazione per soddisfare le esigenze voluttuarie dei paesi ricchi del Nord, che danneggiano i piccoli coltivatori; come anche il gigantismo centralizzato delle 45 mila mastodontiche dighe costruite nel mondo, ecologicamente devastanti e dagli altissimi costi umani per le popolazioni povere sfollate.

Bere acqua di rubinetto

L’Italia detiene in Europa il triste primato di paese leader nel consumo di acqua minerale in bottiglia. Una risorsa fondamentale per la vita dell’uomo è stata quasi totalmente privatizzata. Il 72,4% della popolazione italiana preferisce l’acqua in bottiglia a quella di rubinetto e ne consuma ogni anno in media 180 litri pro capite, equivalenti a 86 bottiglie di plastica, per una spesa familiare mensile di 18 euro.
L’enorme business delle acque minerali in Italia fattura 2840 milioni di euro. L’acqua imbottigliata costa il doppio del prezzo del petrolio al litro e più di 1000 volte di quella del rubinetto (all’impresa costa alla fonte 0,07 euro/litro e la rivende a 40 centesimi di euro/litro).
Il consumo di acqua minerale in bottiglia ha un impatto ambientale devastante ed elevati costi energetici nelle fasi di produzione, distribuzione e consumo.
a) Costi diretti.
Le famiglie italiane spendono per l’acquisto dell’acqua minerale da 300 a 700 euro/anno (ISTAT). Al costo vivo dell’acquisto si deve aggiungere il costo in benzina dello spostamento in automobile per raggiungere il supermercato per l’approvvigionamento delle bottiglie, ed inoltre il pagamento della tariffa per i rifiuti solidi urbani. Poi c’è il costo aggiuntivo, in tempo, per il trasporto, la sistemazione a casa e il riciclaggio delle bottiglie di plastica.
b) Costi indiretti
Il consumo di acqua minerale produce 5 miliardi di bottiglie di plastica, che richiedono ogni anno 280 mila viaggi di camion, che percorrono centinaia di chilometri ad ogni viaggio, ed altrettanti viaggi per trasportare le bottiglie vuote dalle industrie chimiche che le producono alle aziende che imbottigliano l’acqua, con relativo aumento di inquinamento e traffico. Un camion può trasportare 19 mila litri di acqua minerale in bottiglie di vetro oppure 26 mila 500 litri di acqua in bottiglie di plastica. Questo dato spiega la diffusione delle acque minerali in bottiglie di plastica, che consentono alle ditte produttrici un risparmio nel trasporto del 40%. Se per smaltire poi l’emorme massa di bottiglie di plastica usate (5 miliardi) è necessario 1 milione di metri cubi di discariche, questo costo è giudicato delle aziende produttrici una esternalità da far gravare sulla collettività.
La causa che ha determinato in Italia questo stato di cose è ravvisabile nella martellante pubblicità sulla purezza e salubrità delle acque in bottiglia, che avvalora il convincimento (vero o presunto) della pessima qualità igienico-sanitaria dell’acqua potabile di rubinetto.
Alcune considerazioni sulla qualità sanitaria e ambientale delle acque minerali presenti in commercio.
– E’ utile sapere che le acque minerali spesso contengono sostanze nocive in quantità superiori alle acque di rubinetto, perché la legislazione italiana (D.P.R. 236/88) è molto severa con l’acqua che sgorga dai rubinetti di casa, mentre con le acque minerali è permissiva (D.L. 105/92). Ad esempio, sulle etichette delle acque minerali la legge non prevede l’obbligo di riportare molte sostanze come nichel, ferro, ammoniaca, rame, zinco. Per altre sostanze tossiche (arsenico, mercurio, piombo, cadmio, etc.) vi è obbligo di riportarle in etichetta soltanto nel caso in cui esse superino i parametri massimi previsti dalla legge esclusivamente per le acque minerali. Agli stessi parametri le acque di rubinetto sono considerate non potabili, perché velenose. Un esempio di come la qualità delle acque minerali sia in larga parte peggiore di quella di rubinetto ci viene dal contenuto massimo di nitrati. Nell’acqua per i lattanti il contenuto di nitrati deve essere inferiore ai 10 mg/l, perchè, se assunti con l’acqua, i nitrati si trasformano in nitriti che, assorbiti dalla mucosa intestinale, possono causare la metaemoglobinemia infantile, che impedisce il trasporto dell’ossigeno nei tessuti. Le acque di rubinetto contengono quantità di nitrati inferiori a questo valore, mentre esistono 60 tipi di acque minerali che superano la concentrazione massima di nitrati ammessa dalla legge per l’infanzia.
– La salubrità delle acque di acquedotto è più controllata rispetto alle acque minerali, perché per queste ultime è previsto un campionamento mensile relativo a circa 15 parametri, mentre quelle di rubinetto sono monitorizzate due volte al giorno, in riferimento a circa 30 parametri sanitari.
– La quasi totalità di queste acque è commercializzata in bottiglie di plastica che, essendo stoccate in piazzali e trasportate su camion, sono sottoposte al calore dei raggi solari, i quali favoriscono la proliferazione batterica e il rilascio di sostanze chimiche nocive dalle bottiglie (il cancerogeno Cloruro di Vinile Monomero delle bottiglie in PVC).
– La gestione ambientale di una massa di milioni di bottiglie di plastica, che ingrossano le discariche o finiscono negli inceneritori, eufemisticamente chiamati termovalorizzatori.
– Alcune marche hanno introdotto sul mercato acqua “purificata” (es. acqua Dasani, marchio della Coca Cola, acqua filtrata del
fiume Tamigi, venduta a 1,40 euro/500 ml.), cioè sottoposta a procedimento di filtraggio per eliminare tracce di cloro e minerali pesanti. Si tratta di acqua potabile di rubinetto filtrata e imbottigliata.
– L’Università di Ginevra ha confrontato dei campioni di acqua minerale e di rubinetto. Il risultato delle analisi non ha rivelato sostanziali differenze se non per la presenza di un quantitativo superiore di minerali nelle acque imbottigliate. La differenza maggiore è da ravvisare nella disparità di costo: l’acqua in bottiglia costa circa 1000 volte di più (0,40 euro/litro) di quella di rubinetto (1,5 lire/litro).

Alla luce di queste considerazioni, possiamo concludere che in Italia la qualità dell’acqua di rubinetto supera o, nel peggiore dei casi, uguaglia quella minerale in bottiglia, se si esclude l’eventuale odore di cloro, che comunque evapora se si ha l’accortezza di riempire la bottiglia d’acqua alcuni minuti prima di berla. Il cloro è utilizzato nel processo di disinfezione delle acque potabili, per la sua capacità di ossidare ed inattivare i batteri e le sostanze organiche eventualmente disciolte nell’acqua.

Azione costruttiva

Livello Micro

Le politiche di aumento dell’offerta d’acqua si sono rivelate insufficienti. Per dar da bere ai poveri del mondo, più che aumentare l’offerta, occorre contenere la domanda di H2O a livello individuale e collettivo.
Cosa può fare ognuno di noi, da subito, per dar da bere ai poveri del mondo?
Distinguiamo, anzitutto, i nostri consumi diretti, cioè l’acqua che effettivamente adoperiamo in casa, dai consumi indiretti, dall’acqua occorsa per produrre gli oggetti che consumiamo quotidianamente (alimenti, lattine, carta, plastica, …).

Riduzione dei consumi diretti

Di seguito, proponiamo una serie di suggerimenti pratici e semplici accorgimenti per intervenire sui consumi diretti, usando o riutilizzando l’acqua in modo razionale e parsimonioso.

– Non lasciare aperto il rubinetto dell’acqua quando ci si lava i denti o ci si insapona, mentre si fa la doccia e soprattutto non aprirlo al massimo. Una indagine sociologica ha evidenziato che il 73% degli italiani tra i 14 e i 21 anni lascia abitualmente il rubinetto aperto anche quando non lo utilizza.

– Avviare la lavatrice solo quando è a pieno carico, selezionando, ove possibile, un programma economizzatore.

– Al bagno preferire la doccia. Il bagno nella vasca necessità di 4 volte il quantitativo d’acqua utilizzato per una doccia.

– I detersivi per il bucato e i piatti, come anche i saponi, vanno usati con parsimonia per non inquinare eccessivamente le acque di scarico. Gli ammorbidenti per il bucato inquinano molto e sono inutili. Non usarli fa bene alla salute, al portafogli e all’ambiente.

– Sostituire lo sciacquone del bagno (che consuma il 30% dell’acqua domestica) con una cassetta a due pulsanti per la regolazione del flusso. Ciò consente un risparmio di un terzo rispetto alle cassette tradizionali. Se questo non è possibile, inserire nella vaschetta dello sciacquone una bottiglia riempita d’acqua; si risparmierà così un litro e mezzo d’acqua ad ogni utilizzo.

– Per evitare sprechi, lavare l’auto solo dall’interno, alla carrozzeria ci penserà la pioggia. Chi vorrà comunque lavare l’automobile, al posto del tubo di acqua corrente è sufficiente utilizzare un secchio d’acqua saponata per la prima passata e un secchio di acqua pulita per il risciacquo. Così facendo, si risparmieranno circa 150 litri d’acqua.

– In cucina lasciare a mollo in una bacinella le pentole e i piatti particolarmente sporchi prima di lavarli usando come ottimo sgrassante l’acqua di cottura della pasta. Per il risciacquo usare mezzo cucchiaino di detersivo ecologico per piatti.

– Controllare ed eventualmente riparare le perdite nell’impianto idrico domestico ed i rubinetti che perdono. Per effettuare una prova di tenuta dell’impianto, chiudere bene tutti i rubinetti e controllare il contatore. Se continua a girare è segno che c’è una perdita nell’impianto idrico.

– I nostri rubinetti di cucina, bagno e doccia lasciano passare l’acqua tal quale con notevole spreco. Applicare dei riduttori di flusso ai rubinetti consente di risparmiare il 50% dei consumi d’acqua fredda e calda (risparmiando così anche l’energia utilizzata per riscaldarla). I riduttori sono dei piccoli congegni di plastica che, al modico prezzo di 3 euro, miscelano all’acqua particelle d’aria, con un piacevole ed efficace aumento del volume dell’acqua.

– In passato le fattorie erano dotate di una botte collegata ai canali delle grondaie per raccogliere l’acqua meteorica utilizzata in seguito per le varie attività domestiche, come lavare i pavimenti, irrigare l’orto, ecc. Oggi il progresso (sic!) ha elimitato questa opportunità di riutilizzo della pioggia. Se si vive in una abitazione indipendente, si può posizionare sotto i tubi di scarico delle grondaie dei bidoni per la raccolta dell’acqua piovana, o meglio delle cisterne.

– Per evitare di bere acqua minerale in bottiglia, dotiamo il rubinetto della cucina di un piccolo filtro depuratore.

– E’ sommamente illogico ed ingiusto sperperare per lo sciacquone del WC 12 litri d’acqua potabile ad ogni utilizzo. Per il recupero dell’acqua grigia c’è chi auspica l’installazione di un impianto a pompa che porti l’acqua grigia nella cassetta del water. E’ un’operazione complessa e costosa. Le soluzioni semplici sono sempre le migliori. Noi, da anni, riutilizziamo così l’acqua grigia del lavandino e della cucina: l’acqua saponata dei lavaggi in bagno o per pulire le verdure viene raccolta in una bacinella e poi versata in un secchio (se è troppa in una tinozza zincata).

Successivamente, ad ogni utilizzo del Wc, versiamo la quantità di acqua saponata necessaria prendendola dalla bacinella, secchio o tinozza.

Riduzione dei consumi indiretti

Ogni oggetto ha un costo quantificabile in acqua impiegata nel corso del suo ciclo industriale. Per arrivare a produrre, ad esempio, un chilo di carta occorrono 325 litri d’acqua, un chilo d’acciaio 95, ecc. (vedi tabella 1.3). Un corretto approccio al risparmio idrico non può trascurare i consumi indiretti di acqua dolce contenuta nei prodotti acquistati. Risparmiare e riutilizzare più volte la carta, ridurre i consumi di alluminio, evitare l’acquisto di prodotti confezionati con imballaggi inutili significa incidere positivamente sui consumi familiari di acqua.
Anche le abitudini alimentari incidono sensibilmente sui consumi indiretti d’acqua. Per produrre un chilo di carne bovina occorrono 13 mila litri d’acqua, mentre per produrre un chilo di frumento sono necessari 400 litri d’acqua. Ridurre il consumo di carne nella dieta individuale comporta un considerevole risparmio d’acqua.
L’auspicio è che a livello individuale, familiare e sociale si crei una nuova sensibilità ai problemi di questo bene prezioso. La cultura del rispetto, della tutela e del risparmio subentri a quella dello spreco.

Livello Meso

Il problema dell’acqua diventi prioritario nell’agenda politica del governo italiano.
– Nei prossimi anni, le istituzioni del nostro paese mettano a punto una “politica dell’acqua” che affronti – non soltanto in chiave emergenziale, quando si verifica un’inondazione – il problema degli abusi e dei disastri naturali che si sono susseguiti in questi ultimi anni sul territorio italiano e che hanno evidenziato una gestione quanto meno disinvolta del territorio, il degrado dei bacini fluviali, la cementificazione degli argini, la scomparsa, ad opera dell’agricoltura moderna, dei fossi e delle rogge (che incanalavano l’acqua piovana), l’urbanizzazione selvaggia, la deforestazione incontrollata, che ha deprivato interi territori della capacità di trattenere ed immagazzinare enormi quantità d’acqua e causato il dissesto idrogeologico del suolo, con l’aumentato rischio di frane e smottamenti.
– Sollevare con provvedimenti opportuni la gestione degli acquedotti dallo stato di incuria. Si inverta la tendenza alla privatizzazione delle reti degli acquedotti, che sta trasformando l’acqua da bene pubblico ad interesse privato.
– La rete italiana degli acquedotti è a tal punto deteriorata da essere ridotta ad un colabrodo. Dei 165 milioni di metri cubi/anno d’acqua disponibili, purtroppo per il degrado dei 150 mila chilometri di condutture della rete idraulica, soltanto 52 milioni di metri cubi sono effettivamente utilizzati. E’ urgente, quindi, un’opera capillare di sostituzione, risanamento e ammodernamento del sistema acquedotti, per evitare le dispersioni, (attualmente quantificabili in media nell’ordine del 30%) che si verificano nel trasporto dell’acqua dalla sorgente agli utenti.
– La politica istituzionale recuperi il suo potere nella gestione consapevole del territorio e del “sistema acqua” e ridimensioni l’influenza esercitata su di essa dalle lobby dei produttori di acque minerali.
– Si avvii nelle scuole una campagna educativa permanente sul risparmio idrico e la tutela dell’acqua come bene comune dell’umanità.
– Si approvi una legge che obblighi i proprietari di edifici di nuova costruzione a raccogliere l’acqua piovana in ampie cisterne gestite da un impianto idrico parallelo a quello usuale. L’acqua meteorica così raccolta può essere utilizzata per tutte le attività domestiche in cui non è previsto l’uso di acqua potabile. L’acqua di gronda eventualmente eccedente la capacità di raccolta della cisterna
verrebbe convogliata nella fogna bianca.
– Varare una politica di incentivi al risparmio idrico domestico che preveda fondi speciali per l’acquisto di riduttori di flusso per rubinetti ed altri sistemi di risparmio.
– Scoraggiare i produttori di acqua minerale in bottiglie di plastica usa e getta con lo strumento fiscale per incentivare l’uso di bottiglie di vetro.
– L’Italia si adoperi in ambito internazionale per pesare di più a livello desionale in materia di acqua e si opponga alla politica corrente di privatizzazione di questo bene vitale.
– I movimenti che hanno redatto il “Manifesto dell’acqua” propongono che l’Italia sostenga, a livello internazionale, l’inserimento delle proposte contenute nel “Manifesto dell’acqua” e si spenda perché venga istituito all’ONU un “parlamento mondiale dell’acqua”.

Livello Macro

Per consentire una vita sana e decorosa ad ogni essere umano, le Nazioni Unite si impegnino a garantire gratuitamente il diritto a 40 litri d’acqua potabile al giorno, attingibili al massimo nel raggio di un chilometro dalla propria abitazione. In Uganda, ad esempio, ci si deve accontentare di 10 litri di acqua al giorno e per procurarsela si percorre in media 20 km, dedicando all’approvvigionamento idrico 4 ore al giorno.
I consumi domestici che eccedono la quota minima di 40 litri, garantita senza costi e finanziata dai meccanismi fiscali, come indicato nel 2000 dalla Commissione Mondiale per l’acqua, saranno pagati proporzionalmente alle quantità utilizzate.
Considerevoli aumenti del costo dell’acqua possono essere previsti per dissuadere gli utilizzatori dagli sprechi irrazionali. Il consumo di acqua che eccede la soglia individuale dello spreco, rigidamente determinata, verrà pagata dall’utente finale al costo reale della prestazione del servizio idrico, con aggiunta di una penale per lo spreco.
Le Nazioni Unite, inoltre, approvino una convenzione internazionale sullo sfruttamento delle acque, in cui, tra l’altro, si affermi chiaramente che l’acqua di un fiume non appartiene alla nazione a monte del suo corso, e che per questo motivo non può deviarne il corso e negare l’acqua alle nazioni a valle, alle quali va garantito il diritto al flusso naturale del fiume. *

Matteo Della Torre

Fonte: www.ilgridodeipoveri

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